Afghanistan: gli errori della comunità internazionale e le vie della pace

Piattaforma un passo di pace:

AFGHANISTAN: GLI ERRORI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE E LE VIE DELLA PACE

Il 2014 è un anno fondamentale per l’Afghanistan, un paese che sta attraversando una delle fasi più delicate della sua storia turbolenta e spesso drammatica. Da mesi è in corso l’inteqal, la transizione, quel processo
che prevede il progressivo passaggio della sicurezza dalle forze internazionali a quelle locali e che terminerà nel dicembre 2014, con la fne della missione Isaf della Nato. Il ritiro dei soldati e il compimento della lunga parentesi del governo di Hamid Karzai, il presidente uscente al quale la Costituzione vieta un terzo mandato, offrono alla comunità internazionale l’occasione di trarre un bilancio, rifettendo sui risultati
ottenuti in questi anni, sugli sbagli compiuti e sulle alternative da adottare in futuro.
Il bilancio è estremamente negativo: la popolazione afghana è più insicura di prima; considera il governo corrotto e ineffciente e le istituzioni fragili; teme che le forze di sicurezza locali non siano in grado di far fronte alla minaccia dei movimenti anti-governativi; lamenta diritti negati – specie per le donne – e la mancanza di giustizia; non ha opportunità di lavoro; teme che il processo di pace con i Talebani e con gli altri gruppi di opposizione armata non produca risultati concreti e che possa nuocere ai pochi diritti faticosamente acquisiti in questi anni.
Gli sbagli della comunità internazionale sono stati tanti, e ripetuti, ma sono tutti riconducibili allo stesso assioma: l’idea che il “caso-Afghanistan” potesse essere risolto con lo strumento militare.
Oggi, a 13 anni di distanza dai primi bombardamenti voluti dall’amministrazione degli Stati Uniti, il numero crescente delle vittime civili dimostra che quell’assioma era sbagliato, e che va defnitivamente archiviato.
E’ tempo di sostituire l’assioma militarista con l’assioma della cooperazione civile e della politica. Un percorso faticoso, che passa per una serie di misure complementari che il nostro paese e la comunità internazionale dovrebbero adottare, a meno che non intendano abdicare alle proprie responsabilità:
• Favorire il processo di pace tra il governo afghano e la guerriglia antigovernativa, coordinando le varie iniziative intraprese fn qui e individuando un interlocutore terzo che sia considerato neutrale dalle parti in confitto
• Sollecitare il governo afghano a riformare la composizione dell’Alto consiglio di pace – l’organo a cui spetta il dialogo con la guerriglia – affnché includa i membri della società civile
• Contestualmente al dialogo politico-diplomatico, che punti nel breve periodo alla gestione e all’interruzione del confitto, favorire un parallelo processo sociale di lungo periodo che punti alla ricostruzione della fducia tra le comunità locali
• Sollecitare il prossimo governo afghano affnché dia piena attuazione al piano di Transitional Justice, secondo l’impegno già assunto e poi disatteso dal precedente governo con il National Action Plan for Peace, Reconciliation and Justice in Afghanistan
• Sollecitare il governo afghano affnché renda pubblico il “Confict Mapping Report”, il dossier sui crimini di guerra realizzato dall’Afghanistan Independent Human Rights Commission
• Rinunciare al sostegno accordato ai “signori della guerra” che hanno compiuto abusi in passato o che continuano a farlo, dimostrando che la comunità internazionale non è complice della cultura dell’impunità
• Sostenere le varie espressioni della società civile afghana e riconoscere la loro centralità nel processo di peacebuilding
• Distinguere gli aiuti allo sviluppo dal sostegno alla società civile, evitando che quest’ultima venga ridotta a semplice erogatrice di servizi
• Proteggere e consolidare gli spazi di libertà e autonomia conquistati dalle donne con programmi specifci
• Impiegare le risorse fnanziarie risparmiate con il disimpegno militare in attività civili, volte alla ricostruzione del paese e al rafforzamento del quadro istituzionale
• Svincolare gli impegni fnanziari per l’aiuto allo sviluppo assunti nel corso della Conferenza dei donatori di Tokyo dalla disponibilità del governo afghano di frmare accordi di natura strategicomilitare
con gli Stati Uniti e la Nato

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