Basi militari -il caso Sardegna

Piattaforma un Passo di Pace:

BASI MILITARI IN ITALIA – IL CASO SARDEGNA

La militarizzazione del territorio, e nello specifco le basi, i poligoni e le servitù militari, è tema globale e intrinseco ai nuovi modelli di difesa, di logiche di guerra e controllo del pianeta che, dalle avventure coloniali
in poi, caratterizzano le politiche degli stati moderni. Cospicue aree di territorio vengono sottratte all’economia civile, alla fruizione delle attività umane e sociali, al controllo trasparente e democratico, per essere invece utilizzate, in una logica di occupazione coloniale, da parte dei sistemi di difesa e di guerra del proprio Paese, dalle alleanze militari di cui si fa parte, dagli eserciti amici.
In Italia la superfcie totale di queste aree è di 40 mila ettari, il cui 60% è allocata in un’unica regione, che ricopre l’8% della superfcie dell’Italia. Questa regione è la Sardegna.
A questi 24 mila ettari si devono aggiungere le servitù militari che si concretizzano in occasione delle periodiche esercitazioni. Queste vietano o limitano la navigazione durante le prove a fuoco, area vasta quasi
3 milioni di ettari, estensione maggiore dell’intera Sardegna! Lo spazio aereo delle servitù è invece praticamente indefnibile, restando sulla e intorno alla Sardegna solo dei corridoi liberi per le linee commerciali civili.
Dagli anni ’50 la Nato e gli Usa hanno trasformato l’Isola in una grande area strategica di servizi bellici essenziali: esercitazioni, addestramento, sperimentazioni di nuovi sistemi d’arma, guerre simulate, depositi
di carburanti, armi e munizioni, rete di spionaggio e telecomunicazioni. Al tradizionale ruolo di caserma -scuola di guerra, oggi si sovrappongono compiti direttamente operativi e funzioni di postazione chiave per il
controllo dell’intera area mediterranea, funzioni che potenziano l’importanza strategica dell’Isola come perno del sistema politico-militare dell’alleanza nord-atlantica.
Negli ultimi mesi l’emersione mediatica di numerosi teatri di crisi internazionali (Siria, Iraq, Libia, Ucraina, Congo), unitamente all’escalation militare ai danni della striscia di Gaza, ha innescato nell’opinione pubblica
della società una maggiore attenzione alla mai sopita mal sopportazione di una presenza militare così sproporzionata sull’Isola. La notizia che l’esercito israeliano avrebbe cominciato delle proprie esercitazioni nel mese di settembre è apparsa a tutti una provocazione, prima ancora che una consuetudine di molti anni.
L’elemento che si è palesato è che le basi militari non sono solo un elemento di vertenza politica territoriale
per i tanti danni che producono (inquinamento, tassi tumorali oltre la media, malformazioni prenatali, sottrazione di sovranità, …) ma anche un elemento che collega indissolubilmente la propria terra con le guerre, le occupazioni, le morti, i genocidi che si consumano tanto a pochi passi da casa quanto a migliaia di chilometri di distanza.
Così, in piena stagione balneare, si sono cominciate a gettare le basi per gettare le basi…
Una vera e propria road map di incontri e iniziative a cui partecipavano i movimenti indipendentisti, pacifsti, ambientalisti, dei beni comuni: un’affollatissima assemblea a fne agosto a Cagliari; il 13 settembre, con una
manifestazione di fronte al poligono di Capo Frasca; il 23 dello stesso mese, con un presidio all’udienza del Tribunale di Lanusei nel quale, per la prima volta nel nostro Paese, si processeranno dei generali per il dissesto ecologico provocato nel poligono di Quirra; il 26 ottobre con la Marcia Sarda per la Pace, organizzata dalla Tavola Sarda della Pace e giunta ormai alla sua tredicesima edizione.
Anche la politica e le istituzioni non hanno potuto far fnta di niente.
Negli scorsi mesi il Presidente della Regione Francesco Pigliaru non aveva frmato il documento fnale al termine della Conferenza nazionale sulle servitù militari convocata dal Governo.
Una seduta straordinaria del Consiglio regionale ha fatto emergere una contrarietà ad un perpetrarsi dell’attuale situazione, con la proposta di una graduale riduzione delle aree sotto il controllo militare.
I passi di pace richiesti della società civile sono:
• cessate il fuoco immediato in tutti i poligoni
• smantellamento delle basi militari in Sardegna
• bonifca da parte dello Stato dei territori gravati da queste
• avvio di una inchiesta approfondita sulle conseguenze degli insediamenti sulla salute pubblica
• prosecuzione delle azioni giudiziarie per la ricerca della verità e il raggiungimento della giustizia
• investimenti sulle politiche di Pace da parte delle istituzioni locali

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