Iraq – per 11 anni la guerra non si è mai fermata

Piattaforma un Passo di Pace:

IRAQ – PER UNDICI ANNI, DALL’INVASIONE AMERICANA DEL 2003, LA GUERRA NON SI È MAI FERMATA

L’Iraq oggi ha un nuovo governo, dopo oltre 8 anni di dominio del Primo Ministro Al-Maliki, che con l’appoggio di Iran da una parte e Stati Uniti dall’altra ha trasformato il paese in una semi-dittatura e soffocato nel sangue ogni opposizione interna. L’arrivo dello Stato Islamico (IS), che in due mesi haconquistato militarmente due terzi del paese, ha più che raddoppiato una crisi umanitaria che era già in corso, e alzato il livello di scontro in un paese che già era in guerra.
I dati delle Nazioni Unite ci parlano di oltre 1.700.000 iracheni costretti a lasciare case e villaggi per divenire profughi interni solo nel 2014. Il 28% è fuggito dalla provincia di Anbar, in cui l’esercito non ha esitato a
bombardare quartieri civili e ospedali per schiacciare l’opposizione sunnita, ancor prima dell’arrivo dell’IS. Il 30% proviene dalla provincia di Ninewa a seguito della presa di Mosul da parte dell’IS e dei suoi feroci
provvedimenti contro sciiti, minoranze e oppositori. Il 42% infne dalle montagne del Sinjar, dove si erano rifugiate tante minoranze – in gran parte Yazidi – dalle persecuzioni che già li avevano colpiti con ferocia
nell’ultimo decennio, a cui si aggiunge ora la falce dell’IS.
E’ diffcile contare le vittime di questa ultima tragedia, ci basti notare che secondo fonti attendibili 700 bambini sono stati uccisi o mutilati dall’IS in Iraq, e circa 1000 civili di cui 150 bambini sono morti solo a Falluja per i bombardamenti governativi. Le donne e i bambini rapiti e ridotti in schiavitù dall’IS potrebbero arrivare alla cifra di 3000, e altrettanti potrebbero essere gli uomini delle minoranze uccisi barbaramente per
aver opposto resistenza o aver rifutato di convertirsi.
Questo confitto, che si è sviluppato e acuito gradualmente dopo l’invasione americana del 2003, a seguito di scelte politiche sbagliate della comunità internazionale e della condotta criminale dei governi iracheni che
si sono succeduti, non ha soluzione militare.
Il movimento per la pace italiano si impegna a rafforzare gli sforzi per gli aiuti umanitari ai rifugiati iracheni – con particolare attenzione alle minoranze cristiane, yazide, turcomanne e shebak – e per il sostegno alla società civile irachena nelle sue campagne, in coordinamento con la coalizione internazionale Iraqi Civil Society Solidarity Initiative e con il Forum Sociale Iracheno.
Il governo italiano, che per tutta risposta alla crisi ha inviato vecchi arsenali di armi ai Peshmerga e resoancor più diffcile l’ottenimento di visti Schengen per i residenti nella provincia di Mosul, coloro che più avevano bisogno di protezione, deve cambiare radicalmente orientamento. Alle istituzioni italiane ed europee chiediamo i seguenti passi di pace:
• garanzia che qualsiasi azione di interposizione e di contrasto all’IS venga prevista nel quadro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con mandato ONU;
• interruzione dell’invio di armamenti a forze armate irachene o kurde, in ottemperanza alla legge 185/90, e maggiore impegno di intelligence per fermare l’invio di armi e fnanziamenti all’IS;
• destinazione di cifre più alte al soccorso umanitario dei profughi iracheni, senza sottrarre fondi ad altre emergenze come quella dei rifugiati siriani, che rimane grave;
• monitoraggio e pressione diplomatica sul nuovo governo iracheno affnché il piano di accordo politico approvato dal parlamento, che affronta per punti le dispute interne, venga implementato seriamente e ampliato a includere diritti umani e libertà fondamentali;
• sostegno alla società civile irachena nella denuncia delle violazioni a cui sono soggetti i civili, e affnché divenga parte attiva e riconosciuta nel processo di dialogo nazionale, al fne di proteggere libertà di stampa, di espressione e di associazione, equità di genere, diritti umani e giustizia sociale;
• apertura delle frontiere europee agli iracheni vittime di persecuzione, poiché membri di minoranze o difensori dei diritti umani, offrendo loro particolari tutele e accoglienza nel nostro paese.

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