piattaforma di pace – ottobre 2016 – presentazione

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Le ragioni e le proposte per costruire le alternative alle guerre, ai muri ed alla violenza ___________________
Piattaforma Ottobre 2016
Presentazione
1. Siria: fermare i bombardamenti su Aleppo e garantire i corridoi umanitari !!!!
2. Campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta
3. Difendere i difensori dei diritti umani in ogni parte del mondo
4. Disarmo e controllo di armamenti e spese militari
5. Libia
6. Sahara occidentale
7. Palestina: pace, giustizia, libertà, diritti
8. Corpi e interventi civili di pace
9. Le guerre in Africa
10.L’intreccio perverso: petrolio, energia, clima
11. Conflitti e migrazioni:  fermare le stragi, garantire il diritto di asilo
12.I movimenti per la pace e l’Europa
13.Iraq: per tredici anni, dall’invasione americana del 2003, la guerra non si è mai fermata 14.Educare alla pace e ai diritti umani – i luoghi della formazione tra pace e nonviolenza
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Le ragioni e le proposte per costruire le alternative alle guerre, ai muri ed alla violenza.
La popolazione di Aleppo è l’ultima vittima di una guerra globale che si materializza localmente, in Siria, dove non vi è potenza che non vi sia coinvolta. Ogni giorno dal deserto africano e dalle coste del Mediterraneo migliaia di uomini, donne, bambini si muovono come animali braccati alla ricerca di un rifugio e di una speranza di nuova vita. In Italia, in Europa, negli Stati Uniti, in Russia e in Cina, si continua a produrre armamenti ed il mercato delle armi è il più redditizio di ogni altra merce prodotta. Le economie industriali continuano a scambiare energie non rinnovabili con armi, rifiuti tossici con crediti ed investimenti. La democrazia ed i diritti umani, come i diritti del lavoro, la salute e l’educazione, vengono dopo gli affari ed il commercio. Dentro questo sistema parlare di pace, di disarmo, di nonviolenza, di solidarietà, di accoglienza, di cooperazione e di giustizia sociale appare essere diventato, più che una utopia, un grido di disperazione o l’eco di un progetto che fu.
Il dramma di Aleppo è anche la constatazione che ancora oggi l’opinione pubblica internazionale è in grado di tollerare massacri e bombardamenti di massa in alcuni luoghi e non in altri.  In Africa e nel Medio Oriente sì, ma in Nord America ed in Europa no. Palestina, Sahara Occidentale, Irak, Afghanistan, Siria, Sudan, Libia, Yemen, la questione Curda e quella Armena, rappresentano i principali casi di conflitti non risolti o di processi di destabilizzazione che confermano l’incapacità, la complicità e la responsabilità della comunità internazionale, intesa questa come stati membri delle Nazioni Unite, disattendendo e violando il diritto internazionale che, insieme alla diplomazia, alla politica ed all’azione nonviolenta ed alla cooperazione tra comunità, costituiscono l’unico strumento alternativo alla violenza ed all’uso delle armi.
Ma perché siamo arrivati a questo stato di assuefazione, di tolleranza e di indifferenza alle ingiustizie, alla violenza ed alle guerre, e, come reazione, assistiamo al crescere delle chiusure, del terrorismo, della paura dell’altro ?  Perché l’ideale di pace è in crisi e, da alcuni settori d’opinione, considerato parte dello strumentario ideologico del passato?
La questione è complessa e ci interroga quotidianamente. Sicuramente le nostre società hanno vissuto un cambiamento culturale profondo, dove, purtroppo, hanno prevalso, sino ad ora, aspetti contraddittori con il processo di universalità dei diritti individuali e collettivi costruiti dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Di certo la pace non è un ideale a sé stante, un qualcosa o una condizione estranea o scollegata da un determinato contesto politico, economico, sociale, culturale.  Si sta in pace, si vive in pace se dentro di sé e nel rapporto con gli altri, si è riusciti a creare uno stato di tranquillità, di equilibrio, di rispetto, di fiducia, di giustizia, di libertà, di consapevolezza e di responsabilità reciproca, dall’ambito ristretto, familiare, a quello allargato, delle relazioni tra amici, nella scuola, nel lavoro, nella comunità. Ed è chiaro che tutto ciò è condizionato dalla politica, dal funzionamento e dalla capacità delle istituzioni di far sì che le regole siano rispettate, dall’attuare quei meccanismi e strumenti di solidarietà che impediscano di lasciare indietro o emarginare chi è in difficoltà, di premiare il merito e di riconoscere la libertà e l’iniziativa della singola persona senza però rompere il legame e la logica solidale che deve rimanere un punto fermo del sistema. Questo stato di cose, questi principi e questi valori, questi eccanismi sono validi nel privato come nel pubblico, nel locale come nel globale, nella gestione di una istituzione locale come nelle relazioni tra stati, nel sistema economico come nel sistema finanziario e nel commercio. Costruire questo impianto di coerenze nell’universo mondo è senza alcun ombra di dubbio un esercizio sovra-umano ma è la nostra sfida. La tecnologia ed i mercati hanno già raggiunto il livello di globalizzazione delle proprie azioni, mentre la politica che ne dovrebbe avere il primato, non è ancora in grado di farlo, bloccata dalle barriere e dai limiti imposti dal sistema e dagli interessi strategici degli stati-nazione. Siamo riusciti a far viaggiare le merci rompendo ogni sorta di barriera doganale, ma non siamo ancora riusciti a far viaggiare liberamente le persone, le libertà ed i diritti fondamentali, per ogni uomo e per ogni donna del pianeta.
Cos’è che non va ? Quali sono i mali della nostra società ? Proviamo a metterli in fila, cercando di cogliere le connessioni e l’interdipendenza che legano ambiti e sistemi alle responsabilità della politica, alle istituzioni a cui abbiamo affidato il governo ed il futuro del mondo, dovendone rispondere a noi cittadini e cittadine del mondo.
Il mancato passaggio, graduale ma progressivo, di sovranità dal sistema degli stati-nazione, al sistema sovra e multinazionale delle aggregazioni regionali (vedi Unione Europea) ed internazionale, come avrebbe dovuto essere con la costituzione del sistema delle Nazioni Unite.
La crescita del potere delle imprese multinazionali oggi in grado di spostare merci da un luogo all’altro del pianeta, producendo senza rispettare i diritti fondamentali del lavoro, sfruttando la mano d’opera mettendo a rischio la salute e la vita di lavoratrici e lavoratori, saccheggiando le risorse naturali ed inquinando l’eco-sistema, distruggendo le economie locali, concentrando ricchezze e nuovi monopoli, dall’acqua, alle sementi, dall’informazione alle nuove tecnologie.
Il sistema finanziario speculativo, oramai in grado di condizionare le politiche e la stessa sovranità degli stati-nazione. Un potere fuori controllo da ogni tipo di sistema democratico ed in grado di destabilizzare governi democraticamente eletti. Alimentato e prosperato grazie all’invenzione dei paradisi fiscali e dai prodotti finanziari speculativi, principali cause della crisi economica mondiale di questa fase storica.
La proliferazione della produzione e del mercato delle armi che si sperava si riducessero con la fine della “guerra fredda” ma che invece sono ripresi con una vera e propria corsa a conquistare nuove fette di mercato ed a produrre sistemi sempre più sofisticati, dalle bombe intelligenti ai droni. L’intreccio tra produzione di armi e alleanze, strategie geo-politiche, investimenti, controllo delle risorse energetiche, è forse una delle trappole letali da cui, gli stati,  non riescono a svincolarsi, producendo errori su errori, sostenendo e scaricando regimi e gruppi sovversivi, a seconda degli interessi del momento.
Gli accordi commerciali e sui servizi impostati secondo il credo della teoria neo-liberale centrata sul libero mercato come elemento regolatore e sulle privatizzazioni dei beni comuni che sta distruggendo le economie locali, minaccia la sicurezza alimentare di intere comunità, riduce l’accesso universale a servizi come l’acqua, l’istruzione, la salute.
Il sostegno politico ed economico a quei regimi dittatoriali che garantiscono forniture di materie prime e investimenti, fondamentali per l’industria e per il fabbisogno energetico dei paesi occidentali, soprassedendo e tollerando le politiche repressive, le torture, le violazioni sistematiche delle libertà e dei diritti umani.
Questo modo di procedere, questa politica di difesa dei propri interessi determina risultati apparentemente rassicuranti e favorevoli per chi la promuove, sul breve periodo, protegge la propria economia, permette l’espansione di mercati ed assicura investimenti, ma produce effetti collaterali che si tendono a nascondere o a rinviare ad altri momenti, o ad addebitare ad altre cause e e ad altre responsabilità o, come ci dimostrano le storie di Al Queda e dell’Isis, si generano mostri e dinamiche non più controllabili, fuori controllo.
Le guerre diventano così “guerre di religione”, le fughe di milioni di persone da guerre, dalla repressione, dalla povertà sono da fermare fuori dai propri confini. La democrazia deve essere esportata ed imposta con le armi. Le rivoluzioni arabe nel nome di “pane, lavoro, dignità” e di sistemi democratici delle popolazioni oppresse, diventano un pericolo che mette a rischio interessi, investimenti, contratti, ed equilibri geo-politici consolidati. I diritti conquistati diventano privilegi non più sostenibili per le esigenze del mercato globale, debbono quindi essere tagliati e non più esigibili per le nuove generazioni. E gli esempi possono continuare all’infinito, in quella che è diventata una vera e propria spirale sistemica distruttiva. Oggi è Aleppo, ieri è stata l’immagine del corpo senza vita del piccolo Aylan sulla costa turca, o l’orrore per le studentesse nigeriane rapite da Boko Haram, o le immagini del Bataklan, o l’ennesimo attentato a Kabul o a Baghdad, o l’assedio di Gaza. Un mondo che non trova pace.
Il nostro impegno e la nostra responsabilità sono quelli di invertire questa direzione di marcia, costruendo alternative, favorendo alleanze, unendo esperienze e risorse nel lavoro quotidiano, con pazienza e con determinazione.  Il sindacato nei luoghi di lavoro e tra i pensionati, le associazioni nei circoli e nella pratica della solidarietà, dell’assistenza e dell’accoglienza, gli studenti e gli insegnanti nelle scuole, insieme ad altre reti sostenendo campagne ed iniziative, mobilitandoci per fermare e per denunciare le politiche di guerra, i muri, le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani.
Questo è il senso e la finalità che ci spingono a riprendere la nostra partecipazione alla Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi. Una spinta già espressa nel documento appello del giugno scorso ma ancor più esplicito e dettagliato in questo documento e nelle schede che lo compongono, rappresentando  il nostro impegno,  le nostre proposte e richieste che ci portiamo dietro, dal  lavoro avviato insieme ad altre reti  a Verona,  nell’Arena di Pace  ed a Firenze nel 2014, e che ora passa per Perugia e per Assisi, per continuare a costruire i presupposti e le condizioni di giustizia e di accesso universale alle libertà ed ai diritti fondamentali, per ogni uomo e per ogni donna.