Servizio civile obbligatorio – un contributo da Giulio Marcon

dal Manifesto del 16.05.17

Sentire parlare la ministra Roberta Pinotti di servizio civile (obbligatorio), dopo che ha aumentato le spese militari dell’11% (come dice il Sipri), ha legittimato la vendita di armi all’Arabia Saudita, ha difeso a spada tratta gli F35 e non ha mai voluto incontrare in tre anni le organizzazioni della pace, fa un certo effetto. Si è forse (ri)convertita? È tornata ai suoi ideali di poco meno di 20 anni fa, quando faceva le marce pacifiste e manifestava contro il G8 a Genova?

Qualcuno ci aveva ingenuamente sperato, ma niente di tutto questo è accaduto. Anche perché in realtà non si capisce se domenica scorsa la ministra della Difesa abbia parlato proprio e solo di servizio civile, quando ha evocato nello stesso tempo il ritorno della «leva obbligatoria» (come richiesto anche da Matteo Salvini), ammettendo la possibilità (cioè la scelta) di fare i «volontari nella difesa».

Nel meta linguaggio della ministra c’è il pensiero recondito e inconfessato di un regime opzionale: a 18 anni i ragazzi scelgano obbligatoriamente se fare il servizio civile o il servizio militare.

Nel secondo caso possono fare i «volontari nella difesa», oppure assolvere i compiti di protezione civile nelle Forze Armate. Infatti il capo di Stato Maggiore Claudio Graziano ha giudicato la proposta della ministra «molto utile» e ha sottolineato la possibilità di integrare così «delle forze a disposizione per la pubblica utilità, per la protezione civile». E non solo per la protezione civile: magari un domani anche per affiancare i militari nelle missioni di guerra in Afghanistan o per andare a gestire i centri di detenzione in Libia sostenuti dal governo italiano.

Comunque, che la sua uscita sia improvvida è testimoniato da un ruvido tweet del sottosegretario Luigi Bobba ( ha la delega al servizio civile), che recita: «Il servizio civile deve restare volontario. Via dell’obbligo invocata da destra e sinistra è scorciatoia». Mai smentita fu più netta.

E poi c’è la dichiarazione della Conferenza nazionale degli enti del servizio civile che si dichiara ironicamente «grata» ad una ministra per avere scoperto il tema del servizio civile, senza ricordarsi (o sapere) che il Parlamento ha da poco varato la riforma del Terzo settore, che introduce il servizio civile universale, anche se ancora non riesce a decollare.

Infatti c’è la questione dei soldi. Come si sa, già abbiamo ogni anno difficoltà a trovare nella legge di bilancio 300 milioni per finanziare il servizio civile attuale (60 mila giovani). Arrivare a 500 milioni per il servizio civile universale (ma volontario) nel 2018 sembra proibitivo. Trovare poi addirittura 2 di miliardi di euro per finanziare il servizio civile obbligatorio di 400 mila giovani sembra veramente una missione impossibile.

Oddio, per la ministra della difesa niente è impossibile, visto che riuscirà a farci spendere 15 miliardi per gli F35 e a far lievitare di 2 miliardi la spesa militare (per fare contento Trump).

Potrebbe magari decidere di tagliare un po’ di cacciabombardieri e finanziare in questo modo il servizio civile, ma state sicuri che non ci sorprenderà. Ci ha già sorpresi in altro modo disattendendo la volontà del Parlamento sulla riduzione della spesa degli F35, evocando la possibilità di mandare 5 mila soldati in Libia, non rispettando la legge 185 nel trasferimento delle armi all’Arabia Saudita. È già abbastanza.

Comunque tutto questo interesse dei militari e della ministra per il servizio civile puzza lontano un miglio.

Non è un caso che nei giorni scorsi, nei decreti attuativi della legge delega sul Terzo settore, i corpi della Croce Rossa italiana – violando i principi di imparzialità e di neutralità del diritto umanitario internazionale – siano stati posti sotto la tutela del ministero della Difesa, suscitando aspre proteste, facendo gridare allo scandalo le organizzazioni non governative e le agenzie umanitarie internazionali.

Ora forse il ministero della Difesa vuole mettere le mani sul servizio civile o farne uno di derivazione militare, obbediente e gerarchico, «sull’attenti».

Don Lorenzo Milani si rivolta nella tomba. Di tutto questo non abbiamo bisogno: di qualche F35 in meno per finanziare il servizio civile, invece sì.

Armi italiane ai regimi autoritari – di Giorgio Beretta

Armi italiane ai regimi autoritari

Esportazione record di sistemi militari verso paesi fuori da Nato e Ue: oltre 9,2 mld nel 2016

di Giorgio Beretta

Più di 9,2 miliardi di euro. Per la precisione 9.240.403.172, 97 euro. È il valore delle esportazioni di sistemi militari autorizzate nel 2016 dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale (Maeci) ai paesi che non fanno parte dell’Ue e della Nato. Rappresentano il 63,1% di tutte le esportazioni autorizzate che l’anno scorso hanno superato i 14,6 miliardi di euro (14.637.777.758 euro). Un record storico dal dopoguerra sul quale ci si sarebbe aspettati qualche commento da parte della sottosegretaria di stato alla Presidenza del consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi, che ha inviato alle Camere la “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, riferita all’anno 2016.

La legge n. 185 del 1990 che regolamenta la materia stabilisce infatti che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia». Ed autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia – cioè, appunto, a paesi non appartenenti all’Ue o alla Nato – è un fatto che richiederebbe qualche spiegazione.

I conti non tornano

Invece, nella relazione di sua competenza, la sottosegretaria Boschi non solo non offre alcuna spiegazione riguardo a queste autorizzazioni, ma anzi stravolge i dati. Nella relazione della Presidenza del consiglio (Pcm) si legge infatti: «I principali Paesi autorizzati sono stati quelli UE/NATO, con l’81,6% del valore totale e, più precisamente, come principali partner si sono registrati il Regno Unito (€ 2,367 miliardi), la Germania (€1,072 miliardi), la Francia (€ 574,5 milioni) e la Spagna (€ 443,9 milioni) e, tra quelli extra europei, il Kuwait (€ 7,706 miliardi di euro). Sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,308 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon, realizzati in Italia» (Volume 1, p. 2).

L’affermazione non trova però riscontro nella relazione del Maeci, che invece precisamente riporta: «Nel 2016 il valore dei trasferimenti intracomunitari/esportazioni nei Paesi UE/NATO è stato pari al 36,9% del totale (le licenze 2.122), il rimanente 63,1% nei Paesi extra UE/NATO (le licenze 477). E – come si vede nel Grafico 3 del MAECI – il valore delle autorizzazioni all’esportazione verso i Paesi extra UE/NATO è appunto di 9.240.403.172,97 euro» (Volume 1, p. 10).

Un semplice refuso per aver confuso le percentuali del numero di licenze rilasciate con quelle relative al loro valore? Possibile, ma difficile crederlo considerato che la relazione della Pcm elenca proprio i valori in euro delle licenze rilasciate ai principali paesi europei. Ma consideriamolo pure un veniale refuso.

esportazione armi italiane 2016
Ripartizione delle autorizzazioni all’esportazione di armamenti – Fonte: relazione presidenza del Consiglio dei ministri 2016

Esportazioni pericolose

Il nocciolo del problema sono infatti quei 9,2 miliardi di euro di autorizzazioni ad esportare sistemi militari ai paesi extra Ue/Nato. È vero che 7,3 miliardi riguardano la già citata fornitura di 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (foto in alto). Ma anche a proposito di questa autorizzazione il Maeci avrebbe dovuto fornire qualche spiegazione visto che il Kuwait è parte, ed attivamente impegnato con 15 caccia, nella coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. E la legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione».

E, rimanendo nell’ambito mediorientale, spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro tra cui figurano bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro e altro materiale bellico. Sebbene la relazione non indichi il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare con ragionevole certezza che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia riguarda proprio l’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84 all’Arabia Saudita.

Una conferma in questo senso è contenuta nella relazione finanziaria di Rheinmetall per l’anno 2016 che segnala un ordine «molto significativo» di «munizioni» per 411 milioni di euro da parte di un «cliente della regione MENA» (Medio-Oriente e Nord Africa). Si tratta del tipo di bombe utilizzate dalla Royal Saudi Air Force per bombardare lo Yemen e ritrovate dal gruppo di esperti delle Nazioni Unite a seguito dei bombardamenti nella città di Sana’a (di cui ho parlato in un mio precedente articolo).

Esportazioni che l’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha giustificato affermando, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che «l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti». Tacendo però sulla risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita» alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del governo italiano.

Nel frattempo il ministero degli Esteri ha continuato ad autorizzare forniture militari e di bombe all’Arabia Saudita. Nel 2016 le forniture militari ai paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente ammontano ad oltre 8,6 miliardi euro e ricoprono da sole più del 58,8% delle esportazioni di materiali militari autorizzate.

Si tratta delle zone di maggior tensione del mondo e la gran parte dei paesi dell’area è governata da regimi autoritari e da monarchie assolute irrispettose dei più basilari diritti umani. Fornire armi e sistemi militari a questi regimi, oltre a contribuire ad alimentare le tensioni, rappresenta un tacito ma esplicito consenso alle loro politiche repressive. I risultati di queste politiche sono le migliaia di profughi e migranti che con ogni mezzo cercano rifugio sulle nostre coste. Di cui sentiamo parlare ogni giorno. Mentre delle bombe – anche italiane – che alimentano questi conflitti i maggiori media nazionali sembra non sappiano nulla.

Fondazione Banca etica: Leonardo rispetti la 185/90

Fondazione Banca Etica azionista critico all’assemblea di Leonardo-Finmeccanica.

“Dividendi pagati con i cacciabombardieri al Kuwait? Leonardo rispetti la legge 185/90!”

Roma, 16 maggio 2017

 La Fondazione Finanza Etica (FFE) partecipa oggi per la seconda volta all’assemblea degli azionisti di Leonardo-Finmeccanica, il principale produttore italiano di armamenti il cui maggiore azionista è il Ministero del Tesoro italiano con il 30,2%. «Interverremo come azionisti critici con il sostegno del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo di cui siamo soci fondatori», spiega Andrea Baranes, presidente di FFE, fondata nel 2003 da Banca Etica. L’intervento della Fondazione criticherà il progressivo sbilanciamento del Gruppo Leonardo verso la produzione militare e la controversa commessa da 7,95 miliardi di euro per la fornitura di 28 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon al Ministero della Difesa del Kuwait. «Riteniamo che la strategia di sviluppo di Leonardo sia in chiaro contrasto con la legge 185/90 sul controllo dell’esportazione di armamenti», dichiara Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Invece di convertire a fini civili la produzione, come previsto dall’articolo 1 della legge, Leonardo sembra essersi ormai assestata su un mix di produzione ampiamente sbilanciato sul settore militare da cui, nel 2016, ha ricavato il 64% del fatturato totale».

La commessa del governo del Kuwait ha fatto crescere gli ordini di Leonardo del 61,3% rispetto al 2015. Grazie all’incasso del primo anticipo sulla commessa, il comparto aeronautico del Gruppo ha chiuso in positivo (+0,4%) mentre tutti gli altri comparti sono scesi rispetto al 2015.

«Leonardo torna a pagare un dividendo sulle azioni dopo sei anni ed è singolare che lo faccia in corrispondenza di un ordine record dal Kuwait, un Paese coinvolto insieme all’Arabia Saudita nella guerra contro lo Yemen, che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e ha generato oltre 10.000 morti tra i civili e ucciso oltre 1.000 bambini nei raid aerei», continua Vignarca. «Lo stesso articolo 1 della legge 185/90 vieta esplicitamente l’esportazione di armamenti verso Paesi in conflitto armato. Un articolo che il Governo, come maggiore azionista di Leonardo e la stessa società sembrano ignorare».

L’assemblea di Leonardo si tiene a Roma presso l’Accademia Nazionale dei Lincei.
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Fondazione Finanza Etica.

La Fondazione Finanza Etica è stata creata a Padova nel 2003. Fa parte del Sistema Banca Etica (www.bancaetica.it) e ha come obiettivo la promozione di reti di nuove economie sostenibili e di una nuova cultura economica e finanziaria al servizio della società e dell’ambiente.

Nel 2007 FFE ha acquistato un numero simbolico di azioni di Enel ed Eni per «portare la voce della società civile e dei movimenti del Sud del mondo nelle assemblee delle più importanti società italiane» e per «promuovere il ruolo dei piccoli azionisti e il loro contributo alla vita dell’impresa». Nel 2016 sono state acquistate anche tre azioni di Leonardo-Finmeccanica. Le iniziative di azionariato critico della Fondazione sono sostenute da Re:Common e Rete Disarmo. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito www.fcre.it.

 Rete Disarmo

La Rete Italiana per il Disarmo è̀ un organismo nazionale di coordinamento sulle tematiche della spesa militare e del controllo degli armamenti. Fondata nel 2004 è composta da: ACLI – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Servizio Civile – Associazione Obiettori Nonviolenti – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la Pace – Beati i costruttori di Pace – Campagna Italiana contro le Mine – Centro Studi Difesa Civile – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – FIM-Cisl – FIOM-Cgil – Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Gruppo Abele – Libera – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – OPAL – OSCAR Ires Toscana – Pax Christi – PeaceLink – Un ponte per… Tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.disarmo.org.