Camp Darby – Pisa. No ai treni della morte

I treni della morte   1 giugno 2017    di Francesco Biagi

Le guerre spesso ci appaiono lontane, tuttavia sono a noi molto vicine quando si decide di potenziare la rete ferroviaria per il trasporto di armi nei pressi della base militare di Camp Darby, estesa fra Pisa e Livorno. Un potenziamento che sostituirà il trasporto su quattro ruote con quello su rotaia e vedrà due nuovi terminal logistici di “interesse strategico”.

La base militare di Camp Darby nasce nel 1951, con un accordo fra Roma e Washington, dove l’Italia cede mille ettari del Parco Naturale di San Rossore agli Stati uniti: nessuno sa precisamente cosa si nasconda sotto quei pini marittimi e a ciò si aggiunge il silenzio dell’amministrazione locale a guida Partito democratico.

Il merito va ai consiglieri comunali di “Una città in Comune – Rifondazione Comunista” di Pisa, Ciccio Auletta e Marco Ricci, i quali, con un question-time, hanno scoperchiato il vaso di Pandora a Palazzo Gambacorti, sede del Consiglio del Comune di Pisa. In questa occasione, la Giunta è costretta ad ammettere l’esistenza del progetto – per bocca dell’assessora Ylenia Zambito – già da un anno pattuito in Regione con l’esercito statunitense e il Ministero della Difesa. “Opera strategica” si evince dai documenti, per questo coperti da un “patto di silenzio”.

L’opera conclude la ristrutturazione degli obiettivi dell’area: Camp Darby sarà sempre più una base-deposito di armi e sempre meno una base logistica per il personale in tuta mimetica e anfibi. L’abbattimento di circa mille alberi si dice che sia compensato dai tagli alle strutture militari del 2015, tuttavia quei tagli sono uno “specchietto per le allodole” poiché rientrano nel progetto di smantellamento amministrativo (uffici, scuole e altri servizi per le famiglie dei soldati Usa) in favore del potenziamento dello snodo logistico di circolazione di armi e munizioni verso il Medio Oriente.

Le motivazioni favorevoli del Pd pisano riguardano la maggiore sicurezza del trasporto del materiale bellico, il quale viaggerà su appositi binari anziché sul cemento delle strade “civili”. Per essere più precisi: il progetto della nuova linea ferroviaria collegherà la stazione di Tombolo con un nuovo terminal di diciotto metri di altezza all’interno della base e un altro terminal più piccolo che avrà le funzioni di controllo e sicurezza. La linea prevede anche la realizzazione di un ponte girevole sul Canale dei Navicelli e verrà ingrandito il molo esistente “Tombolo dock”: il tutto per poter gestire un traffico fino a due treni al giorno (oggi, di norma, si prevede un treno ogni due/tre mesi). I lavori partiranno entro la fine dell’anno e per dicembre 2019 si prevedere di chiudere i cantieri. Con un investimento di circa 45 milioni di dollari (l’infrastruttura sarà interamente finanziata dagli Stati Uniti) sarà costruito un nuovo tratto ferroviario che dalla stazione di Tombolo raggiungerà la cosiddetta Ammunition Storage Area della base statunitense (la zona dove sono stoccate le munizioni) attraversando il Canale dei Navicelli grazie alla realizzazione di un ponte girevole che permette l’attraversamento dei treni e il passaggio delle imbarcazioni nel canale. È quindi prevedibile che dagli arsenali di Camp Darby, una volta realizzato questo progetto, sarà un continuo via vai di mezzi e armi per i molteplici scenari di guerra in cui gli Usa e la Nato sono impegnati.

Il ministero della Difesa non solo si è fatto co-promotore di questa operazione, ma ha definito la ristrutturazione quale “un’opera destinata alla difesa nazionale” e che, per questa ragione, “ha l’esonero dal controllo di conformità urbanistica”. Quindi a nulla varrà il fatto che simili strutture siano in contrasto con il Piano Territoriale del Parco e con il Piano di Gestione delle Tenute di Tombolo e Coltano. Non solo, anche la Valutazione di Incidenza, obbligatoria per il fatto che l’area interessata è all’interno di un Habitat prioritario (SIC “Selva Pisana”) tutelato dalle direttive comunitarie 92/43/CEE (Habitat) e 147/2009 (Uccelli), non potrà impedirne la realizzazione.

L’attuazione dell’opera è stata approvata quindi con tre prescrizioni: valutazione rischio idrogeologico, valutazione paesaggistica e valutazione dell’incidenza sull’habitat che l’Ente Parco di San Rossore ha valutato negativamente. L’impatto sulla flora e la fauna del Parco infatti sarà notevole: Il progetto creerà l’ennesimo “effetto barriera”, con interruzione dell’habitat naturale, per gli animali. Fisicamente, l’infrastruttura occuperà circa sette ettari con un coefficiente di “disturbo” su circa trentasei ettari. Il commento del presidente dell’Ente Parco Giovanni Maffei Cardellini purtroppo è supino al progetto di militarizzazione e con non poca ipocrisia sceglie di ingoiare il rospo, nonostante sia un progetto che va a danneggiare il parco stesso: «È un intervento che nessuno immaginava, siamo di fronte ad una grande opera che prevede anche grossi investimenti e cercheremo di farla diventare un’occasione di miglioramento dei luoghi». Ancora una volta la retorica delle grandi opere impedisce di costruire diverse riflessioni più obiettive. “Quale migliore motore – dicono Auletta e Ricci – per la nostra economia in crisi, della guerra? L’Italia di Gentiloni si conferma in prima fila accanto agli Usa di Trump per garantire ancora una volta che pezzi interi del nostro territorio siano devastati ad uso e consumo degli affari di morte statunitensi”.

Di pari passo, fra Pisa e Livorno è nata la Campagna Territoriale di Resistenza alla Guerra – Area Pisa-Livorno che riunisce i movimenti anti-militaristi dell’area pisano-livornese, che per il 2 giugno hanno organizzato iniziative di contestazione dell’opera senza escludere azioni forti di disobbedienza civile che fanno ricordare i “train-stopping” contro la guerra del 2003. “Vogliamo impedire – dicono i movimenti – se necessario lo faremo anche utilizzando i nostri corpi, l’avvio di questi lavori che servono solo a rendere sempre più efficacemente mostruosa la macchina della guerra in cui Camp Darby svolge sempre di più un ruolo centrale”.