Gerusalemme: articolo di Luisa Morgantini

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Il diritto internazionale non esiste più!
Di Luisa Morgantini -il Manifesto 7.12.2017. 
 Noi indignati e impotenti, la comunità internazionale colpevole di complicità e sostegno ai governanti d’Israele che dovrebbero essere portati 

davanti al Tribunale Internazionale per i crimini commessi contro la popolazione palestinese

Donald Trump lo aveva promesso durante la sua campagna elettorale: «Trasferirò immediatamente l’ambasciata Usa a Gerusalemme, l’eterna capitale del popolo ebraico».


Lo aveva espresso con grande passione ma come dicono i gruppi di ebrei progressisti americani molto «irresponsabilmente». Poi da presidente ha dovuto mettere qualche
 freno, ma il cammino è cominciato e se non vi sarà una reazione e pressione forte dalla comunità internazionale terminerà non solo con l’ambasciata Usa a Tel Aviv ma con 
altri paesi che seguiranno l’esempio, ministri del governo Netanyahu, come Naftali Bennet, lo stanno già chiedendo. Mentre scrivo Trump ha appena rivelato il suo piano,
 e già in precedenza la sua portavoce Katrin Pierson aveva dichiarato alla Fox che «questo è un grande giorno per il popolo degli Stati uniti, il presidente riconoscerà quello 
che è già di fatto la realtà, Gerusalemme è la capitale d’Israele». 
Dire che la legalità internazionale non conta nulla per Trump è troppo ovvio, non esiste legalità internazionale , esiste quello che Trump a seconda degli umori decide. 
E lo sanno bene i governanti israeliani che della violazione del diritto internazionale hanno fatto il loro credo con la colonizzazione e l’insediamento della propria popolazione
 sulle terre palestinesi, ma anche con le torture, le detenzioni amministrative, le demolizioni delle case, il furto dell’acqua, l’assedio di Gaza, e con un’occupazione militare
 brutale e persecutoria che dura da cinquant’anni, un tallone di ferro sul capo di ogni bambino, giovane, donna, uomo palestinese.
E la soluzione Gerusalemme capitale condivisa per due popoli e due Stati verrà definitivamente sepolta, e Israele porterà a compimento il piano di colonizzazione dell’intera 
Cisgiordania, lasciando bantustan palestinesi e non certamente cittadini con pari diritti. L’Unione Europea, con la dichiarazione di Federica Mogherini, si dichiara assolutamente 
contraria al trasferimento dell’ambasciata, fa eco anche il nostro ministro Alfano che però ha avallato la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme a maggio 2018, in onore 
ai 70 anni dalla fondazione dello Stato d’Israele, che per i palestinesi ha significato la «Nakba», la catastrofe, con i 700mila profughi e i più di 500 villaggi palestinesi distrutti.

Anche la premier inglese Teresa May ha dichiarato di voler parlare con Trump perché non proceda nella sua decisione, il ministro degli esteri britannico ha dichiarato alla Bbc 
che non trasferiranno la loro ambasciata. Le reazioni nel mondo arabo e musulmano si sono fatte sentire, a parole; anche l’Arabia saudita, ormai consacrata all’alleanza Usa-Israele, 
ha preso posizione, anche se il piano di soluzione (si dice in accordo con gli Usa) presentato al presidente Mahmoud Abbas, sembra ricalchi le orme del piano di Camp David al tempo 
di Ehud Barak e Clinton e cioè che la capitale della Palestina sarebbe stata ad Abu Dis, villaggio alla periferia di Gerusalemme, dove peraltro il muro di annessione coloniale costruito 

da Israele a partire dal 2002 e condannato dalla Corte Internazionale dell’Aja, ha tagliato a metà, una parte nella Cisgiordania, l’altra divenuta periferia di Gerusalemme.

 

Ma non sarà solo vittoria per Israele, dovrà prendere delle decisioni, perché mentre afferma l’indivisibilità di Gerusalemme, la città è divisa, Gerusalemme est è sotto occupazione militare 
e malgrado l’impedimento a costruire case, la deportazione lenta dei palestinesi e la crescita di colonie, i palestinesi sono ancora circa 300mila, il 40% della popolazione: gli verranno 

riconosciuti i diritti al pari degli israeliani? La scelta di Trump scatenerà rivolte?

 

Forse non subito, la popolazione palestinese è stanca e costretta a pensare ogni giorno alla sopravvivenza. In questi giorni poi i dipendenti pubblici non hanno ricevuto il salario
e sono sopraffatti dai bisogni, la leadership palestinese debole e sotto continuo ricatto. 
Ieri è stato il primo giorno della rabbia in Palestina, non c’è stato molto, ma tutti aspettano la dichiarazione di Trump. Mentre Israele bombarda la Siria.
Noi indignati e impotenti, la comunità internazionale colpevole di complicità e sostegno ai governanti d’Israele che dovrebbero essere portati davanti al Tribunale Internazionale 
i crimini commessi contro la popolazione palestinese.