Iraq. Le ragioni delle proteste

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Le ragioni delle proteste che infiammano il paese

 Minacce ambientali, mancanza d’acqua, poche opportunità di lavoro e declino delle condizioni sociali hanno prodotto proteste di massa nel sud dell’Iraq. Il comunicato della Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI).

18 luglio 2018

Gli iracheni stanno manifestando da giorni in grandissime proteste che hanno investito il sud dell’Iraq – da Bassora a Nassirya, passando per Amarah, Kut, Karbala e Najaf – rivendicando diritti e servizi sociali di base, compresi l’accesso all’acqua, all’elettricità e al lavoro. La frequenza delle manifestazioni, che stanno prendendo di mira giacimenti petroliferi, porti e aeroporti, e le principali sedi dei partiti politici, è aumentata negli ultimi giorni, soprattutto a causa delle condizioni climatiche, che hanno superato i 48 gradi.

Gli organizzatori hanno fatto sapere che se le loro richieste di acqua e servizi essenziali, oltre che di opportunità di lavoro, non troveranno risposte, le manifestazioni proseguiranno e cresceranno.

Si tratta di una fase critica per il governo iracheno, che deve assicurare al popolo l’accesso ad acqua pulita e fornire servizi essenziali, in modo particolare l’elettricità.

Nello stesso tempo, le compagnie petrolifere internazionali dovrebbero garantire posti di lavoro e benefici agli iracheni, e prendere tutte le misure necessarie per tutelare l’ambiente.

La scorsa settimana i manifestanti si sono riuniti a Bassora, all’entrata di 3 stabilimenti petroliferi: il West Qurna, amministrato dalla Lukoil; il Rumaila, gestito dalla BP, e il West Qurna, della ExxonMobil.

I manifestanti accusano le compagnie straniere di inquinare le acque e l’ambiente nella città di Bassora, e più in generale in tutto il sud dell’Iraq. Le accusano inoltre di non aver garantito benefici sociali alle città in cui operano, ne’ posti di lavoro per gli iracheni.

Il 10 luglio scorso un gruppo di manifestanti di Garma, nel nord della provincia di Bassora, ha denunciato la distruzione ambientale dell’area e “trattamenti che hanno aumentato la salinità dell’acqua, provocando la morte di alberi e piante, e la distruzione della nostra terra”.

Le manifestazioni si sono intensificate dopo che la polizia irachena ha aperto il fuoco nel tentativo di disperdere decine di persone nei pressi dello stabilimento petrolifero di West Qurna, uccidendo un manifestante e ferendone altri tre. I manifestanti, tra cui moltissimi giovani, sostenuti da diversi leader tribali locali, hanno quindi circondato altri stabilimenti.

Lo scorso 17 luglio, di fronte allo stabilimento di al-Zubayr a Bassora, la polizia irachena ha usato i manganelli e gli idranti per disperdere circa 250 persone che si erano riunite all’entrata principale di un altro dei maggiori giacimenti, gestito dalla compagnia italiana ENI, come riportato dall’agenzia di stampa Reuters.

Il giorno prima, decine di manifestanti nel distretto di Rifai, nel nord della provincia di Dhi Qar, hanno avviato un sit-in di fronte alla sede della compagnia malese Petronas, che opera nel giacimento di Gharaf: anche loro hanno denunciato l’assenza di servizi per la popolazione.

La società civile, il governo e le compagnie petrolifere devono lavorare insieme per promuovere una strategia di lungo periodo che rispetti e protegga l’ambiente e il diritto all’acqua.

La Coalizione Al-Jazaeer nella provincia di Bassora (composta dalle tribù locali dei Bani-Asad, al-Sharash, Bani-Mansour, al-Saad, Bani-Malik, al-Imarah, Al-Boutiqikh, Mayah, al-Ganass, Halaf al-Boukatab, Halaf al-Tamar, Alwan e altre), ha pubblicato una dichiarazione condivisa dall’agenzia di stampa Baghdad News, affermando che Bassora, e in particolare i distretti di al-Madaina e al-Qurnah e dintorni, non stanno traendo alcun beneficio dal lavoro e dai profitti delle compagnie petrolifere internazionali, ma stanno vivendo “solo inquinamento ambientale a causa delle nuvole di fumo emesse, oltre alla distruzione dei terreni agricoli e all’inquinamento delle falde acquifere”. La dichiarazione fa anche appello alle compagnie perché “migliorino i servizi e le infrastrutture nei distretti e nelle aree in cui si trovano”.

Perché i giovani di Bassora devono elemosinare posti di lavoro, mentre le compagnie petrolifere assumono solo personale straniero? Non è giusto ed è una situazione che deve finire, altrimenti non ci limiteremo a manifestare vicino agli stabilimenti, ma li colpiremo”, ha dichiarato Faleh Darraji, uno degli organizzatori delle manifestazioni intervistato dalla Reuters. “Vogliamo posti di lavoro, vogliamo bere acqua pulita, vogliamo elettricità”, ha aggiunto.

Un altro manifestante, il 25enne Hossam Abdel-Amir, laureato all’Università di Bassora e disoccupato, ha dichiarato: “Vogliamo essere trattati come esseri umani, e non come animali”.

In un drammatico appello diffuso lunedì scorso, il Consiglio provinciale di Maysan ha chiesto l’intervento del governo centrale iracheno per evacuare i lavoratori stranieri impiegati nei giacimenti petroliferi e in altri settori, e perché siano sostituiti da cittadini della provincia.

La Iraqi Civil Society Solidarity Initiative fa appello alle compagnie multinazionali che lavorano in Iraq perché prendano immediate misure per valutare l’impatto delle proprie attività sull’ambiente e sulle risorse acquifere, perché ne limitino gli effetti negativi e aprano un dialogo trasparente con le comunità locali su questi temi, in modo particolare sulla necessità di garantire servizi basilari come l’erogazione di acqua ed elettricità.

La mancanza di acqua pulita e il degrado ambientale stanno creando problemi sempre crescenti, che devono essere immediatamente affrontati. 

Quest’anno, la questione dell’acqua è stata al primo punto delle richieste di ogni protesta nel sud del paese, dove gli iracheni stanno soffrendo soprattutto per la sua grave mancanza. I cittadini non riescono a trovare acqua potabile, e i contadini non possono più portare avanti il loro lavoro e procurarsi da vivere.

La crisi dell’acqua è stata causata dalla grande siccità di quest’anno, dagli alti livelli di salinità nelle acque dei fiumi, e dall’aumento dell’evaporazione a causa delle alte temperature. Inoltre, la costruzione delle dighe turche e iraniane, e i grandi progetti che hanno interessato i fiumi che condividono con l’Iraq, intrapresi senza studiare attentamente il loro impatto sul diritto all’accesso all’acqua degli iracheni o il loro impatto ambientale, hanno gravemente esacerbato la crisi. Negli ultimi 15 anni il governo iracheno ha fallito nel prendere posizione e azioni per fermare questi progetti.

Il governo iracheno quest’anno ha vietato la coltivazione di diverse colture, tra cui il riso e il mais, a causa della mancanza d’acqua. In un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Ministro iracheno delle Risorse acquifere ha sottolineato che la sicurezza e la pace in Iraq saranno messe in grave pericolo se proseguirà la carenza d’acqua. Migliaia di persone potrebbero essere costrette allo sfollamento interno a causa della situazione.

L’Iraq sta soffrendo a causa del degrado ambientale, dovuto alla negligenza. Humat Dijlah, una Ong locale che si occupa di ambiente, ha diffuso un report che mostra la gravità del livello di inquinamento del fiume Tigri, da cui un altissimo numero di cittadini iracheni dipende per avere accesso all’acqua potabile e per irrigare i propri terreni agricoli. Il report denuncia la situazione creatasi a Baghdad, dove la raffineria di Doura e la Città della Medicina, due istituzioni ufficiali, contribuiscono all’inquinamento del fiume.

In seguito all’incontro di Manama, il Comitato Unesco per il Patrimonio dell’Umanità ha messo in guardia il governo iracheno sulla necessità di proteggere le Paludi irachene, incluse nei siti Patrimonio dell’Umanità, e sottolineando che il governo deve porre attenzione all’impatto che hanno l’esplorazione e l’estrazione petrolifera all’interno delle Paludi, nel sud dell’Iraq e nelle aree circostanti. Il Comitato ha anche fatto appello al governo perché assicuri una quota minima di acqua da destinare alle Paludi.

Il governo sta tentando di garantire quote aggiuntive di acqua alla città di Bassora, e ha offerto centinaia di posti di lavoro ai residenti nel tentativo di evitare un’escalation delle poteste. I comitati organizzatori delle manifestazioni, tuttavia, hanno risposto che se il governo non darà seguito a tutte le richieste della popolazione, le proteste continueranno, e condurranno alla “rivoluzione”.

L’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative fa appello al governo iracheno perché si muova rapidamente su due binari: per prima cosa, perché fornisca acqua potabile a tutti gli iracheni, fermi l’inquinamento, ponga fine all’uso non autorizzato e irresponsabile delle risorse acquifere, e promuova l’adozione di nuove tecnologie, economiche e sostenibili.

Secondo: perché lavori con i paesi vicini per avviare negoziati urgenti per fermare la costruzione della diga turca di Ilisu e di tutti gli altri “grandi progetti” pianificati dalla Turchia e dall’Iran sul fiume Tigri, fino a quando non ci saranno presi accordi chiari tra tutti i paesi che ne condividono il corso.

Per maggiori informazioni: www.iraqicivilsociety.org