Armi leggere guerre pesanti – rapporto 2017 – archivio disarmo

Nel 2016 l’Italia ha stipulato contratti di esportazioni di armi piccole e leggere ad uso civile (categoria comprendente pistole e fucili, munizioni ed esplosivi) per un valore totale di 579.480.606 euro. Secondo i dati del 2015, gli ultimi disponibili, l’Italia è il secondo paese esportatore mondiale
A livello globale, nel periodo 2010-2015, le armi da fuoco sono responsabili per il 46% delle morti violente. In particolar modo, sono usate nella metà degli omicidi e nel 32% delle morti in situazioni di conflitto. Ciò dimostra come le armi piccole e leggere in realtà incidono maggiormente nel numero
di morti in situazioni di “pace” piuttosto che in quelle di conflitto e che nonostante molti Stati si siano impegnati con la ratifica di trattati e convenzioni a livello internazionale, in realtà la domanda di armi da parte degli stessi è in continuo aumento.

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Armi da camp Darby al Medio Oriente, Arabia Saudita compresa

LA LIBERTY PASSION DI NUOVO A LIVORNO PER TRASPORTARE ARMI DI CAMP DARBY IN MEDIORIENTE

LIVORNO, 5 luglio 2017 — Ha fatto scalo di nuovo a Livorno il 1°  luglio, proveniente da Charleston (Usa), la Liberty Passion, una delle navi militarizzate del Pentagono addette al trasporto di armi  Continue reading

F-35, costi in aumento del 7% e occupati metà del previsto

da: http://milex.org/2017/07/19/f-35-pentagono-costi-in-aumento-del-7-corte-conti-occupati-meta-del-previsto/

I responsabili del programma JSF F-35 (il Joint Program Office) e l’azienda produttrice Lockheed Martin dichiarano che il costo unitario medio di questi aerei continua a diminuire e presto scenderà sotto la soglia dei 100 milioni di dollari a velivolo. Un dato definitivamente smentito dal Selected Acquisition Report 2016 del Pentagono recentemente trasmesso al Congresso americano mostra che il costo medio di ogni F-35 continua invece a crescere (+7% nell’ultimo anno) e ha raggiunto i 164,6 milioni di dollari, vale a dire 142,5 milioni di euro. Attenzione: si parla sempre di costi di acquisizione, quindi al netto dei costi di upgrade e retrofit, con i quali la cifra raggiunge i 194 milioni di dollari ad aereo, circa 168 milioni di euro. Per i novanta F-35 che l’Italia vuole acquistare si tratterebbe quindi di un costo complessivo di acquisizione che salirebbe dai 10,4 miliardi previsti a oltre 15 miliardi, portando il costo totale del programma a quasi 19 miliardi invece dei 14 ufficiali.

Negli ultimi giorni è stato definitivamente smontato anche uno dei principali cavalli di battaglia della propaganda pro-F35 della Difesa italiana, quello delle ricadute occupazionali del programma nel nostro Paese, ovvero i famosi 6.400 posti di lavoro ripetuti da anni in tutti i documenti ufficiali e le dichiarazioni pubbliche della Difesa.
Come si legge nella relazione della Corte dei Conti sul rendiconto generale dello Stato 2016, pubblicata il 27 giugno, “la stima dei ritorni occupazionali generati da parte dell’Industria inizialmente pari a 10.000 e poi, in seguito alla riduzione dei velivoli, a 6.400 posti di lavoro è ritenuta realisticamente realizzabile in 3.586 unità, anche sulla base dell’aggiornamento di Leonardo–DV di febbraio 2017″.

 

Rivendicare con forza la produzione e/o l’acquisizione di Aerei antincendio Un confronto tra la Flotta italiana antincendio e i velivoli militari

contributo di Elio Pagani

L’Italia va in fumo, il fuoco sta bruciando anche quest’anno, ma con una voracità mai vista, migliaia di ettari di bosco. Gli italiani assistono impotenti a questa distruzione, in parte dolosa, in parte, probabilmente dovuta al clima torrido effetto dei mutamenti climatici in atto. Eppure i nostri vigili del Fuoco e la Protezione Civile fanno il possibile.
Nel 2017 a metà di luglio da inizio anno i Canadair hanno compiuto oltre mille missioni per contribuire a spegnere molti dei ventiduemila gli incendi. Nel 2016 sono andati in fumo 58mila ettari di boschi, il 40% in più rispetto al 2015. E nei primi mesi del 2017 le richieste di intervento delle Regioni alla flotta aerea dello Stato sono aumentate “al punto da risultare la stagione invernale più complicata dal 2004, dopo il 2012″.

Già, Protezione Civile e Vigili del Fuoco fanno il possibile !!! Ma con quali mezzi ???
16 sono i Canadair ClA15, efficiente aereo antincendio, una decina gli aerei antincendio leggero Fire Boss, tra i 5 ed i 13 gli elicotteri messi, in parte a disposizione anche dall’Esercito Italiano, dalla Marina Militare e dalla Capitaneria di porto.
La flotta, nel 2011 aveva una capacità di circa 145mila litri di acqua e di liquido estinguente. La flotta è dislocata su 14 basi: Cagliari, Catania, Ciampino (Rm), Napoli-Capodichino, Comiso (Rg), Genova, Grottaglie (Ta), Lamezia Terme (Cz), Olbia, Trapani, Rieti, Cecina (Li) e Viterbo.
6 Regioni non hanno alcuna disponibilità di mezzi aerei antincendio.

Uno è indotto a pensare che tutto sommato, per un paese indebitato come l’Italia, non sia poi una flotta così piccola. Infatti nell’estate 2013, i Canadair sono stati ridotti di 15 unità. Motivo: mancanza di fondi nonostante il nemico incendi divori il nostro territorio, compromettendo gli equilibri ecologici e facendo anche vittime umane.

Però i fondi ci sono per difenderci con abbondanti e costosissime armi da nemici che i nostri stessi interventi, e l’eredità del passato coloniale occidentale, e l’avida fame di risorse energetiche hanno creato. Spesso armi inutili in un conflitto asimmetrico ed eticamente (e legalmente) inaccettabile, armi che generano insicurezza anziché aumentarla.

Per fare un confronto, restando solo in ambito aeronautico, ed escludendo i mezzi di Carabinieri (che pur sono la prima Forza armata dell’Esercito e della Polizia di stato, ai 16 Canadair, 10 Fire Boss, 5 elicotteri della Protezione Civile, si contrappongono più di 470 tra Cacciabombardieri, velivoli da trasporto, da guerra elettronica, ecc. e gli oltre 490 elicotteri militari delle 3 FF.AA. (Dati prudenziali – vedi tabelle successive).

Il rapporto grossolano è 1/18 per gli aeroplani e 1/98 per gli elicotteri. Una cosa incredibile, inaccettabile. Non capisco infine come i lavoratori del settore aeronautico e i “loro” sindacati abbiano smesso da anni di rivendicare la necessità di produrre, almeno su licenza, un centinaio di Canadair antincendio.

Bisognerebbe rivendicarlo con determinazione, e non gioire quando arrivano commesse da paesi in guerra o che violano i diritti umani o per l’acquisto interno di costosissimi e pericolosissimi F35, vettori nucleari, in barba alla nostra Costituzione, al TNP e al nuovo Trattato per la messa al bando delle armi nucleari.

Elio Pagani, 18.07.2017

2017.07.18 Flotta antincendio e Flotta militare Rivendicare nuovi Aerei antincendio EP

21 giugno – Basta armi per la guerra in Yemen – iniziativa verso i parlamentari

Mercoledì 21 giugno 2017 ore 11.30 
Sala Stampa della Camera dei Deputati
via della Missione, Roma
Basta armi per la guerra in Yemen
Presentazione delle iniziative della società civile italiana verso Parlamento ed opinione pubblica per fermare gli ordigni italiani che vanno ad alimentare uno dei conflitti armati più cruenti nel mondo, con conseguente grave crisi umanitaria
Mercoledì 21 giugno 2017 alle ore 11.30 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati rappresentanti di varie organizzazioni della società civile italiana (che lavorano sul tema della Pace, del disarmo, dei diritti umani, dell’aiuto umanitario) illustreranno a parlamentari e giornalisti le iniziative congiunte che intendono condurre nelle prossime settimane sul conflitto yemenita.
Dal 26 marzo 2015 è in corso nello Yemen un conflitto armato che ha provocato migliaia di vittime tra i civili, milioni di sfollati e l’insorgere nelle ultime settimane di un’epidemia di colera tra la popolazione stremata. Inoltre è ormai è confermato ed incontrovertibile: da almeno due anni (ed anche pochi giorni fa) continuano a partire dall’Italia forniture di bombe prodotte in Sardegna e destinate all’Arabia Saudita, Paese che, a capo di una coalizione militare, è intervenuto nel conflitto in atto in Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni Unite.
Non possiamo più continuare ad ignorare il coinvolgimento anche dell’Italia in questa crisi e la necessità di un intervento immediato per salvare bambini, donne, uomini. Le nostre organizzazioni da tempo agiscono, ciascuna con la propria competenza e i propri strumenti, per invitare il Governo italiano a modificare le proprie posizioni e ad assumere un ruolo di pacificazione nella crisi yemenita. Pacificazione che non può in alcun modo scaturire da continue forniture di armi. Per questo intendiamo mobilitarci ancora con campagne, azioni, iniziative di pressione (che verranno illustrate durante l’incontro con i media).
Le organizzazioni promotrici di questa iniziativa presenteranno inoltre durante la Conferenza Stampa una proposta concreta di mozione parlamentare, modellata sul testo al Parlamento europeo votato anche da diversi gruppi politici della delegazione italiana, chiedendo che tutte le forze politiche la sottoscrivano e presentino senza modifiche.
Amnesty International Sezione italiana – Movimento dei Focolari Italia – Oxfam Italia
Fondazione Finanza Etica – Rete Italiana per il Disarmo – Rete per la Pace
I giornalisti interessati possono accreditarsi alla conferenza stampa scrivendo a segreteria@disarmo.org o a  economia.disarmata@gmail.com 
Si ricorda che per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca per accedere alla Sala Stampa.
 

Servizio civile obbligatorio – un contributo da Giulio Marcon

dal Manifesto del 16.05.17

Sentire parlare la ministra Roberta Pinotti di servizio civile (obbligatorio), dopo che ha aumentato le spese militari dell’11% (come dice il Sipri), ha legittimato la vendita di armi all’Arabia Saudita, ha difeso a spada tratta gli F35 e non ha mai voluto incontrare in tre anni le organizzazioni della pace, fa un certo effetto. Si è forse (ri)convertita? È tornata ai suoi ideali di poco meno di 20 anni fa, quando faceva le marce pacifiste e manifestava contro il G8 a Genova?

Qualcuno ci aveva ingenuamente sperato, ma niente di tutto questo è accaduto. Anche perché in realtà non si capisce se domenica scorsa la ministra della Difesa abbia parlato proprio e solo di servizio civile, quando ha evocato nello stesso tempo il ritorno della «leva obbligatoria» (come richiesto anche da Matteo Salvini), ammettendo la possibilità (cioè la scelta) di fare i «volontari nella difesa».

Nel meta linguaggio della ministra c’è il pensiero recondito e inconfessato di un regime opzionale: a 18 anni i ragazzi scelgano obbligatoriamente se fare il servizio civile o il servizio militare.

Nel secondo caso possono fare i «volontari nella difesa», oppure assolvere i compiti di protezione civile nelle Forze Armate. Infatti il capo di Stato Maggiore Claudio Graziano ha giudicato la proposta della ministra «molto utile» e ha sottolineato la possibilità di integrare così «delle forze a disposizione per la pubblica utilità, per la protezione civile». E non solo per la protezione civile: magari un domani anche per affiancare i militari nelle missioni di guerra in Afghanistan o per andare a gestire i centri di detenzione in Libia sostenuti dal governo italiano.

Comunque, che la sua uscita sia improvvida è testimoniato da un ruvido tweet del sottosegretario Luigi Bobba ( ha la delega al servizio civile), che recita: «Il servizio civile deve restare volontario. Via dell’obbligo invocata da destra e sinistra è scorciatoia». Mai smentita fu più netta.

E poi c’è la dichiarazione della Conferenza nazionale degli enti del servizio civile che si dichiara ironicamente «grata» ad una ministra per avere scoperto il tema del servizio civile, senza ricordarsi (o sapere) che il Parlamento ha da poco varato la riforma del Terzo settore, che introduce il servizio civile universale, anche se ancora non riesce a decollare.

Infatti c’è la questione dei soldi. Come si sa, già abbiamo ogni anno difficoltà a trovare nella legge di bilancio 300 milioni per finanziare il servizio civile attuale (60 mila giovani). Arrivare a 500 milioni per il servizio civile universale (ma volontario) nel 2018 sembra proibitivo. Trovare poi addirittura 2 di miliardi di euro per finanziare il servizio civile obbligatorio di 400 mila giovani sembra veramente una missione impossibile.

Oddio, per la ministra della difesa niente è impossibile, visto che riuscirà a farci spendere 15 miliardi per gli F35 e a far lievitare di 2 miliardi la spesa militare (per fare contento Trump).

Potrebbe magari decidere di tagliare un po’ di cacciabombardieri e finanziare in questo modo il servizio civile, ma state sicuri che non ci sorprenderà. Ci ha già sorpresi in altro modo disattendendo la volontà del Parlamento sulla riduzione della spesa degli F35, evocando la possibilità di mandare 5 mila soldati in Libia, non rispettando la legge 185 nel trasferimento delle armi all’Arabia Saudita. È già abbastanza.

Comunque tutto questo interesse dei militari e della ministra per il servizio civile puzza lontano un miglio.

Non è un caso che nei giorni scorsi, nei decreti attuativi della legge delega sul Terzo settore, i corpi della Croce Rossa italiana – violando i principi di imparzialità e di neutralità del diritto umanitario internazionale – siano stati posti sotto la tutela del ministero della Difesa, suscitando aspre proteste, facendo gridare allo scandalo le organizzazioni non governative e le agenzie umanitarie internazionali.

Ora forse il ministero della Difesa vuole mettere le mani sul servizio civile o farne uno di derivazione militare, obbediente e gerarchico, «sull’attenti».

Don Lorenzo Milani si rivolta nella tomba. Di tutto questo non abbiamo bisogno: di qualche F35 in meno per finanziare il servizio civile, invece sì.

Armi italiane ai regimi autoritari – di Giorgio Beretta

Armi italiane ai regimi autoritari

Esportazione record di sistemi militari verso paesi fuori da Nato e Ue: oltre 9,2 mld nel 2016

di Giorgio Beretta

Più di 9,2 miliardi di euro. Per la precisione 9.240.403.172, 97 euro. È il valore delle esportazioni di sistemi militari autorizzate nel 2016 dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale (Maeci) ai paesi che non fanno parte dell’Ue e della Nato. Rappresentano il 63,1% di tutte le esportazioni autorizzate che l’anno scorso hanno superato i 14,6 miliardi di euro (14.637.777.758 euro). Un record storico dal dopoguerra sul quale ci si sarebbe aspettati qualche commento da parte della sottosegretaria di stato alla Presidenza del consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi, che ha inviato alle Camere la “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, riferita all’anno 2016.

La legge n. 185 del 1990 che regolamenta la materia stabilisce infatti che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia». Ed autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia – cioè, appunto, a paesi non appartenenti all’Ue o alla Nato – è un fatto che richiederebbe qualche spiegazione.

I conti non tornano

Invece, nella relazione di sua competenza, la sottosegretaria Boschi non solo non offre alcuna spiegazione riguardo a queste autorizzazioni, ma anzi stravolge i dati. Nella relazione della Presidenza del consiglio (Pcm) si legge infatti: «I principali Paesi autorizzati sono stati quelli UE/NATO, con l’81,6% del valore totale e, più precisamente, come principali partner si sono registrati il Regno Unito (€ 2,367 miliardi), la Germania (€1,072 miliardi), la Francia (€ 574,5 milioni) e la Spagna (€ 443,9 milioni) e, tra quelli extra europei, il Kuwait (€ 7,706 miliardi di euro). Sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,308 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon, realizzati in Italia» (Volume 1, p. 2).

L’affermazione non trova però riscontro nella relazione del Maeci, che invece precisamente riporta: «Nel 2016 il valore dei trasferimenti intracomunitari/esportazioni nei Paesi UE/NATO è stato pari al 36,9% del totale (le licenze 2.122), il rimanente 63,1% nei Paesi extra UE/NATO (le licenze 477). E – come si vede nel Grafico 3 del MAECI – il valore delle autorizzazioni all’esportazione verso i Paesi extra UE/NATO è appunto di 9.240.403.172,97 euro» (Volume 1, p. 10).

Un semplice refuso per aver confuso le percentuali del numero di licenze rilasciate con quelle relative al loro valore? Possibile, ma difficile crederlo considerato che la relazione della Pcm elenca proprio i valori in euro delle licenze rilasciate ai principali paesi europei. Ma consideriamolo pure un veniale refuso.

esportazione armi italiane 2016
Ripartizione delle autorizzazioni all’esportazione di armamenti – Fonte: relazione presidenza del Consiglio dei ministri 2016

Esportazioni pericolose

Il nocciolo del problema sono infatti quei 9,2 miliardi di euro di autorizzazioni ad esportare sistemi militari ai paesi extra Ue/Nato. È vero che 7,3 miliardi riguardano la già citata fornitura di 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (foto in alto). Ma anche a proposito di questa autorizzazione il Maeci avrebbe dovuto fornire qualche spiegazione visto che il Kuwait è parte, ed attivamente impegnato con 15 caccia, nella coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. E la legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione».

E, rimanendo nell’ambito mediorientale, spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro tra cui figurano bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro e altro materiale bellico. Sebbene la relazione non indichi il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare con ragionevole certezza che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia riguarda proprio l’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84 all’Arabia Saudita.

Una conferma in questo senso è contenuta nella relazione finanziaria di Rheinmetall per l’anno 2016 che segnala un ordine «molto significativo» di «munizioni» per 411 milioni di euro da parte di un «cliente della regione MENA» (Medio-Oriente e Nord Africa). Si tratta del tipo di bombe utilizzate dalla Royal Saudi Air Force per bombardare lo Yemen e ritrovate dal gruppo di esperti delle Nazioni Unite a seguito dei bombardamenti nella città di Sana’a (di cui ho parlato in un mio precedente articolo).

Esportazioni che l’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha giustificato affermando, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che «l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti». Tacendo però sulla risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita» alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del governo italiano.

Nel frattempo il ministero degli Esteri ha continuato ad autorizzare forniture militari e di bombe all’Arabia Saudita. Nel 2016 le forniture militari ai paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente ammontano ad oltre 8,6 miliardi euro e ricoprono da sole più del 58,8% delle esportazioni di materiali militari autorizzate.

Si tratta delle zone di maggior tensione del mondo e la gran parte dei paesi dell’area è governata da regimi autoritari e da monarchie assolute irrispettose dei più basilari diritti umani. Fornire armi e sistemi militari a questi regimi, oltre a contribuire ad alimentare le tensioni, rappresenta un tacito ma esplicito consenso alle loro politiche repressive. I risultati di queste politiche sono le migliaia di profughi e migranti che con ogni mezzo cercano rifugio sulle nostre coste. Di cui sentiamo parlare ogni giorno. Mentre delle bombe – anche italiane – che alimentano questi conflitti i maggiori media nazionali sembra non sappiano nulla.

Fondazione Banca etica: Leonardo rispetti la 185/90

Fondazione Banca Etica azionista critico all’assemblea di Leonardo-Finmeccanica.

“Dividendi pagati con i cacciabombardieri al Kuwait? Leonardo rispetti la legge 185/90!”

Roma, 16 maggio 2017

 La Fondazione Finanza Etica (FFE) partecipa oggi per la seconda volta all’assemblea degli azionisti di Leonardo-Finmeccanica, il principale produttore italiano di armamenti il cui maggiore azionista è il Ministero del Tesoro italiano con il 30,2%. «Interverremo come azionisti critici con il sostegno del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo di cui siamo soci fondatori», spiega Andrea Baranes, presidente di FFE, fondata nel 2003 da Banca Etica. L’intervento della Fondazione criticherà il progressivo sbilanciamento del Gruppo Leonardo verso la produzione militare e la controversa commessa da 7,95 miliardi di euro per la fornitura di 28 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon al Ministero della Difesa del Kuwait. «Riteniamo che la strategia di sviluppo di Leonardo sia in chiaro contrasto con la legge 185/90 sul controllo dell’esportazione di armamenti», dichiara Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Invece di convertire a fini civili la produzione, come previsto dall’articolo 1 della legge, Leonardo sembra essersi ormai assestata su un mix di produzione ampiamente sbilanciato sul settore militare da cui, nel 2016, ha ricavato il 64% del fatturato totale».

La commessa del governo del Kuwait ha fatto crescere gli ordini di Leonardo del 61,3% rispetto al 2015. Grazie all’incasso del primo anticipo sulla commessa, il comparto aeronautico del Gruppo ha chiuso in positivo (+0,4%) mentre tutti gli altri comparti sono scesi rispetto al 2015.

«Leonardo torna a pagare un dividendo sulle azioni dopo sei anni ed è singolare che lo faccia in corrispondenza di un ordine record dal Kuwait, un Paese coinvolto insieme all’Arabia Saudita nella guerra contro lo Yemen, che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e ha generato oltre 10.000 morti tra i civili e ucciso oltre 1.000 bambini nei raid aerei», continua Vignarca. «Lo stesso articolo 1 della legge 185/90 vieta esplicitamente l’esportazione di armamenti verso Paesi in conflitto armato. Un articolo che il Governo, come maggiore azionista di Leonardo e la stessa società sembrano ignorare».

L’assemblea di Leonardo si tiene a Roma presso l’Accademia Nazionale dei Lincei.
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Fondazione Finanza Etica.

La Fondazione Finanza Etica è stata creata a Padova nel 2003. Fa parte del Sistema Banca Etica (www.bancaetica.it) e ha come obiettivo la promozione di reti di nuove economie sostenibili e di una nuova cultura economica e finanziaria al servizio della società e dell’ambiente.

Nel 2007 FFE ha acquistato un numero simbolico di azioni di Enel ed Eni per «portare la voce della società civile e dei movimenti del Sud del mondo nelle assemblee delle più importanti società italiane» e per «promuovere il ruolo dei piccoli azionisti e il loro contributo alla vita dell’impresa». Nel 2016 sono state acquistate anche tre azioni di Leonardo-Finmeccanica. Le iniziative di azionariato critico della Fondazione sono sostenute da Re:Common e Rete Disarmo. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito www.fcre.it.

 Rete Disarmo

La Rete Italiana per il Disarmo è̀ un organismo nazionale di coordinamento sulle tematiche della spesa militare e del controllo degli armamenti. Fondata nel 2004 è composta da: ACLI – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Servizio Civile – Associazione Obiettori Nonviolenti – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la Pace – Beati i costruttori di Pace – Campagna Italiana contro le Mine – Centro Studi Difesa Civile – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – FIM-Cisl – FIOM-Cgil – Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Gruppo Abele – Libera – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – OPAL – OSCAR Ires Toscana – Pax Christi – PeaceLink – Un ponte per… Tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.disarmo.org.

 

No all’esportazione di bombe dalla Sardegna ai sauditi

Fondazione Banca Etica azionista critico all’assemblea di Rheinmetall.

No all’esportazione di bombe dalla Sardegna ai sauditiGuerra in Yemen contro il diritto internazionale”.

Berlino, 9 maggio 2017.

 La Fondazione Finanza Etica (FFE) partecipa oggi per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall, uno dei principali produttori tedeschi di armamenti. «Entriamo in assemblea delegati dall’ONG tedesca Urgewald su proposta del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo», spiega Andrea Baranes, presidente di FFE, fondata nel 2003 da Banca Etica. L’intervento della Fondazione criticherà l’esportazione di bombe da parte della controllata italiana RWM Italia SpA dalla Sardegna all’Arabia Saudita. «Come dimostrato dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio scorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le bombe esportate ai sauditi sono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e che ha generato oltre seimila morti tra i civili, di cui mille bambini», dichiara Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Nell’ultima relazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano sul commercio degli armamenti per l’anno 2016, depositata in parlamento il 26 aprile, si legge che RWM Italia è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore difesa in Italia con un aumento delle commesse per 460 milioni di euro. Le nuove autorizzazioni richieste al governo italiano sono 45 per l’esportazione di circa 20.000 bombe in particolare verso “Paesi MENA” (Medio-Oriente e Nord-Africa). Chiederemo se, ancora una volta, si tratta dell’Arabia Saudita», continua Vignarca.

Fondazione Finanza Etica chiederà, inoltre, perché le bombe sono esportate attraverso l’Italia e non, direttamente dalla Germania, dove il governo ha manifestato più volte una serie di riserve per i contratti di fornitura militare con l’Arabia Saudita. Infine, si cercherà di capire che piani ha la società per il futuro dell’impianto di RWM Italia SpA a Domusnovas in Sardegna, visto che l’8 maggio la stampa locale sarda ha parlato di un ampiamento per la costruzione di un nuovo “campo prove”.

L’assemblea di Finmeccanica si tiene a Berlino presso l’Hotel Maritim di Potsdamer Platz. La diretta dell’assemblea è in corso su twitter, hashtag #Rheinmetall #RHMAGM.