Sbilanciamoci: la legge di bilancio alternativa

Uscita la “Legge di Bilancio” alternativa di Sbilanciamoci

Cordoglio per Graziano Zoni

La Rete della Pace si stringe attorno ai familiari di Graziano Zoni, Presidente di Emmaus Italia, che ci ha lasciato improvvisamente sabato scorso. Graziano è stato uomo di pace, di grande solidarietà e coerenza con i principi ed i valori universali in cui credeva. Non dimenticheremo il suo impegno per ridare unità al movimento per la pace. Ci mancherà la sua mitezza, la sua pazienza e la sua determinazione. Che la terra gli sia lieve.

Sergio Bassoli
Per Coordinamento Nazionale della Rete della Pace

 

Senzatomica e Rete Disarmo commentano negativamente reazione Farnesina a Nobel Pace per ICAN

In una giornata segnata dall’entusiasmo e dall’esultanza per l’attribuzione del Nobel per la Pace ad ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapon) – un Nobel che riconosce come determinante l’apporto delle organizzazioni della società civile nel cammino che ha portato all’approvazione, il 7 luglio, del Trattato per la messa al bando delle armi nucleari – colpisce (ma non sorprende) constatare la difficoltà in cui si trova la Farnesina.
 
Troppo impacciata e scialba è infatti la nota del Ministero degli Esteri, nella quale non una parola di congratulazioni ad ICAN viene spesa (dando semplicemente atto del Nobel) e non è neppure nominato (come si addice, del resto, ad un “convitato di pietra”), il Trattato di messa al bando: si ribadisce invece (quasi giustificazione non richiesta) la centralità del Trattato di Non Proliferazione, dando una rappresentazione ambigua di una concorrenza tra i due Trattati che sono, al contrario, pienamente complementari e senza peraltro alcuna indicazione, anche minima, su azioni concrete di implementazione dell’obbligo – previsto proprio dall’art. VI dell’invocato Trattato di non proliferazione – di concrete iniziative per un disarmo nucleare totale. La contraddizione è evidente: si tenta di sminuire il Trattato di messa al bando mettendo al centro il Trattato di non proliferazione, ma si omette di dire quali passi avanti significativi ci sono nel processo di disarmo nucleare totale che lo stesso Trattato di non proliferazione indica come obiettivo e come obbligo da quasi 40 anni!
In anni passati l’Italia è stata tra quei Paesi che si sono impegnati – e distinti per l’eccellente contributo – a fianco di campagne globali sostenute da vaste coalizioni popolari, come la moratoria della pena di morte o la messa al bando delle mine antipersona o delle bombe a grappolo.  Dispiace che oggi l’Italia si trovi invece dalla “parte sbagliata” della Storia, quella per la quale il Nobel ad ICAN è, politicamente, una forte delegittimazione: una delegittimazione che non potrà passare sotto silenzio, data la risonanza mondiale del premio, che contribuirà a rendere pubblica la conta di chi è a favore e di chi è contro il Trattato per la messa al bando.
Rete Italiana Disarmo e Senzatomica chiedono ancora una volta al Governo Italiano di muoversi in sintonia con la maggioranza dei cittadini e delle cittadine d’Italia e del mondo, firmando e ratificando il Trattato.
Perché, come diceva Victor Hugo, “niente al mondo è così potente quanto un’idea della quale sia giunto il tempo”:  il Nobel per la pace ad ICAN – e alle decine e decine di organizzazioni che ne fanno parte, tra cui Rete Disarmo e Senzatomica – dimostra che il tempo di un mondo libero da armi nucleari è ora.
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Per ulteriori contatti:
Senzatomica – ufficiostampa@senzatomica.it – + 39 338 6167247
Rete Italiana per il Disarmo – segreteria@disarmo.org – +39 328 3399267

Armi leggere guerre pesanti – rapporto 2017 – archivio disarmo

Nel 2016 l’Italia ha stipulato contratti di esportazioni di armi piccole e leggere ad uso civile (categoria comprendente pistole e fucili, munizioni ed esplosivi) per un valore totale di 579.480.606 euro. Secondo i dati del 2015, gli ultimi disponibili, l’Italia è il secondo paese esportatore mondiale
A livello globale, nel periodo 2010-2015, le armi da fuoco sono responsabili per il 46% delle morti violente. In particolar modo, sono usate nella metà degli omicidi e nel 32% delle morti in situazioni di conflitto. Ciò dimostra come le armi piccole e leggere in realtà incidono maggiormente nel numero
di morti in situazioni di “pace” piuttosto che in quelle di conflitto e che nonostante molti Stati si siano impegnati con la ratifica di trattati e convenzioni a livello internazionale, in realtà la domanda di armi da parte degli stessi è in continuo aumento.

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Armi da camp Darby al Medio Oriente, Arabia Saudita compresa

LA LIBERTY PASSION DI NUOVO A LIVORNO PER TRASPORTARE ARMI DI CAMP DARBY IN MEDIORIENTE

LIVORNO, 5 luglio 2017 — Ha fatto scalo di nuovo a Livorno il 1°  luglio, proveniente da Charleston (Usa), la Liberty Passion, una delle navi militarizzate del Pentagono addette al trasporto di armi  Continue reading

F-35, costi in aumento del 7% e occupati metà del previsto

da: http://milex.org/2017/07/19/f-35-pentagono-costi-in-aumento-del-7-corte-conti-occupati-meta-del-previsto/

I responsabili del programma JSF F-35 (il Joint Program Office) e l’azienda produttrice Lockheed Martin dichiarano che il costo unitario medio di questi aerei continua a diminuire e presto scenderà sotto la soglia dei 100 milioni di dollari a velivolo. Un dato definitivamente smentito dal Selected Acquisition Report 2016 del Pentagono recentemente trasmesso al Congresso americano mostra che il costo medio di ogni F-35 continua invece a crescere (+7% nell’ultimo anno) e ha raggiunto i 164,6 milioni di dollari, vale a dire 142,5 milioni di euro. Attenzione: si parla sempre di costi di acquisizione, quindi al netto dei costi di upgrade e retrofit, con i quali la cifra raggiunge i 194 milioni di dollari ad aereo, circa 168 milioni di euro. Per i novanta F-35 che l’Italia vuole acquistare si tratterebbe quindi di un costo complessivo di acquisizione che salirebbe dai 10,4 miliardi previsti a oltre 15 miliardi, portando il costo totale del programma a quasi 19 miliardi invece dei 14 ufficiali.

Negli ultimi giorni è stato definitivamente smontato anche uno dei principali cavalli di battaglia della propaganda pro-F35 della Difesa italiana, quello delle ricadute occupazionali del programma nel nostro Paese, ovvero i famosi 6.400 posti di lavoro ripetuti da anni in tutti i documenti ufficiali e le dichiarazioni pubbliche della Difesa.
Come si legge nella relazione della Corte dei Conti sul rendiconto generale dello Stato 2016, pubblicata il 27 giugno, “la stima dei ritorni occupazionali generati da parte dell’Industria inizialmente pari a 10.000 e poi, in seguito alla riduzione dei velivoli, a 6.400 posti di lavoro è ritenuta realisticamente realizzabile in 3.586 unità, anche sulla base dell’aggiornamento di Leonardo–DV di febbraio 2017″.

 

Rivendicare con forza la produzione e/o l’acquisizione di Aerei antincendio Un confronto tra la Flotta italiana antincendio e i velivoli militari

contributo di Elio Pagani

L’Italia va in fumo, il fuoco sta bruciando anche quest’anno, ma con una voracità mai vista, migliaia di ettari di bosco. Gli italiani assistono impotenti a questa distruzione, in parte dolosa, in parte, probabilmente dovuta al clima torrido effetto dei mutamenti climatici in atto. Eppure i nostri vigili del Fuoco e la Protezione Civile fanno il possibile.
Nel 2017 a metà di luglio da inizio anno i Canadair hanno compiuto oltre mille missioni per contribuire a spegnere molti dei ventiduemila gli incendi. Nel 2016 sono andati in fumo 58mila ettari di boschi, il 40% in più rispetto al 2015. E nei primi mesi del 2017 le richieste di intervento delle Regioni alla flotta aerea dello Stato sono aumentate “al punto da risultare la stagione invernale più complicata dal 2004, dopo il 2012”.

Già, Protezione Civile e Vigili del Fuoco fanno il possibile !!! Ma con quali mezzi ???
16 sono i Canadair ClA15, efficiente aereo antincendio, una decina gli aerei antincendio leggero Fire Boss, tra i 5 ed i 13 gli elicotteri messi, in parte a disposizione anche dall’Esercito Italiano, dalla Marina Militare e dalla Capitaneria di porto.
La flotta, nel 2011 aveva una capacità di circa 145mila litri di acqua e di liquido estinguente. La flotta è dislocata su 14 basi: Cagliari, Catania, Ciampino (Rm), Napoli-Capodichino, Comiso (Rg), Genova, Grottaglie (Ta), Lamezia Terme (Cz), Olbia, Trapani, Rieti, Cecina (Li) e Viterbo.
6 Regioni non hanno alcuna disponibilità di mezzi aerei antincendio.

Uno è indotto a pensare che tutto sommato, per un paese indebitato come l’Italia, non sia poi una flotta così piccola. Infatti nell’estate 2013, i Canadair sono stati ridotti di 15 unità. Motivo: mancanza di fondi nonostante il nemico incendi divori il nostro territorio, compromettendo gli equilibri ecologici e facendo anche vittime umane.

Però i fondi ci sono per difenderci con abbondanti e costosissime armi da nemici che i nostri stessi interventi, e l’eredità del passato coloniale occidentale, e l’avida fame di risorse energetiche hanno creato. Spesso armi inutili in un conflitto asimmetrico ed eticamente (e legalmente) inaccettabile, armi che generano insicurezza anziché aumentarla.

Per fare un confronto, restando solo in ambito aeronautico, ed escludendo i mezzi di Carabinieri (che pur sono la prima Forza armata dell’Esercito e della Polizia di stato, ai 16 Canadair, 10 Fire Boss, 5 elicotteri della Protezione Civile, si contrappongono più di 470 tra Cacciabombardieri, velivoli da trasporto, da guerra elettronica, ecc. e gli oltre 490 elicotteri militari delle 3 FF.AA. (Dati prudenziali – vedi tabelle successive).

Il rapporto grossolano è 1/18 per gli aeroplani e 1/98 per gli elicotteri. Una cosa incredibile, inaccettabile. Non capisco infine come i lavoratori del settore aeronautico e i “loro” sindacati abbiano smesso da anni di rivendicare la necessità di produrre, almeno su licenza, un centinaio di Canadair antincendio.

Bisognerebbe rivendicarlo con determinazione, e non gioire quando arrivano commesse da paesi in guerra o che violano i diritti umani o per l’acquisto interno di costosissimi e pericolosissimi F35, vettori nucleari, in barba alla nostra Costituzione, al TNP e al nuovo Trattato per la messa al bando delle armi nucleari.

Elio Pagani, 18.07.2017

2017.07.18 Flotta antincendio e Flotta militare Rivendicare nuovi Aerei antincendio EP

21 giugno – Basta armi per la guerra in Yemen – iniziativa verso i parlamentari

Mercoledì 21 giugno 2017 ore 11.30 
Sala Stampa della Camera dei Deputati
via della Missione, Roma
Basta armi per la guerra in Yemen
Presentazione delle iniziative della società civile italiana verso Parlamento ed opinione pubblica per fermare gli ordigni italiani che vanno ad alimentare uno dei conflitti armati più cruenti nel mondo, con conseguente grave crisi umanitaria
Mercoledì 21 giugno 2017 alle ore 11.30 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati rappresentanti di varie organizzazioni della società civile italiana (che lavorano sul tema della Pace, del disarmo, dei diritti umani, dell’aiuto umanitario) illustreranno a parlamentari e giornalisti le iniziative congiunte che intendono condurre nelle prossime settimane sul conflitto yemenita.
Dal 26 marzo 2015 è in corso nello Yemen un conflitto armato che ha provocato migliaia di vittime tra i civili, milioni di sfollati e l’insorgere nelle ultime settimane di un’epidemia di colera tra la popolazione stremata. Inoltre è ormai è confermato ed incontrovertibile: da almeno due anni (ed anche pochi giorni fa) continuano a partire dall’Italia forniture di bombe prodotte in Sardegna e destinate all’Arabia Saudita, Paese che, a capo di una coalizione militare, è intervenuto nel conflitto in atto in Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni Unite.
Non possiamo più continuare ad ignorare il coinvolgimento anche dell’Italia in questa crisi e la necessità di un intervento immediato per salvare bambini, donne, uomini. Le nostre organizzazioni da tempo agiscono, ciascuna con la propria competenza e i propri strumenti, per invitare il Governo italiano a modificare le proprie posizioni e ad assumere un ruolo di pacificazione nella crisi yemenita. Pacificazione che non può in alcun modo scaturire da continue forniture di armi. Per questo intendiamo mobilitarci ancora con campagne, azioni, iniziative di pressione (che verranno illustrate durante l’incontro con i media).
Le organizzazioni promotrici di questa iniziativa presenteranno inoltre durante la Conferenza Stampa una proposta concreta di mozione parlamentare, modellata sul testo al Parlamento europeo votato anche da diversi gruppi politici della delegazione italiana, chiedendo che tutte le forze politiche la sottoscrivano e presentino senza modifiche.
Amnesty International Sezione italiana – Movimento dei Focolari Italia – Oxfam Italia
Fondazione Finanza Etica – Rete Italiana per il Disarmo – Rete per la Pace
I giornalisti interessati possono accreditarsi alla conferenza stampa scrivendo a segreteria@disarmo.org o a  economia.disarmata@gmail.com 
Si ricorda che per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca per accedere alla Sala Stampa.
 

Servizio civile obbligatorio – un contributo da Giulio Marcon

dal Manifesto del 16.05.17

Sentire parlare la ministra Roberta Pinotti di servizio civile (obbligatorio), dopo che ha aumentato le spese militari dell’11% (come dice il Sipri), ha legittimato la vendita di armi all’Arabia Saudita, ha difeso a spada tratta gli F35 e non ha mai voluto incontrare in tre anni le organizzazioni della pace, fa un certo effetto. Si è forse (ri)convertita? È tornata ai suoi ideali di poco meno di 20 anni fa, quando faceva le marce pacifiste e manifestava contro il G8 a Genova?

Qualcuno ci aveva ingenuamente sperato, ma niente di tutto questo è accaduto. Anche perché in realtà non si capisce se domenica scorsa la ministra della Difesa abbia parlato proprio e solo di servizio civile, quando ha evocato nello stesso tempo il ritorno della «leva obbligatoria» (come richiesto anche da Matteo Salvini), ammettendo la possibilità (cioè la scelta) di fare i «volontari nella difesa».

Nel meta linguaggio della ministra c’è il pensiero recondito e inconfessato di un regime opzionale: a 18 anni i ragazzi scelgano obbligatoriamente se fare il servizio civile o il servizio militare.

Nel secondo caso possono fare i «volontari nella difesa», oppure assolvere i compiti di protezione civile nelle Forze Armate. Infatti il capo di Stato Maggiore Claudio Graziano ha giudicato la proposta della ministra «molto utile» e ha sottolineato la possibilità di integrare così «delle forze a disposizione per la pubblica utilità, per la protezione civile». E non solo per la protezione civile: magari un domani anche per affiancare i militari nelle missioni di guerra in Afghanistan o per andare a gestire i centri di detenzione in Libia sostenuti dal governo italiano.

Comunque, che la sua uscita sia improvvida è testimoniato da un ruvido tweet del sottosegretario Luigi Bobba ( ha la delega al servizio civile), che recita: «Il servizio civile deve restare volontario. Via dell’obbligo invocata da destra e sinistra è scorciatoia». Mai smentita fu più netta.

E poi c’è la dichiarazione della Conferenza nazionale degli enti del servizio civile che si dichiara ironicamente «grata» ad una ministra per avere scoperto il tema del servizio civile, senza ricordarsi (o sapere) che il Parlamento ha da poco varato la riforma del Terzo settore, che introduce il servizio civile universale, anche se ancora non riesce a decollare.

Infatti c’è la questione dei soldi. Come si sa, già abbiamo ogni anno difficoltà a trovare nella legge di bilancio 300 milioni per finanziare il servizio civile attuale (60 mila giovani). Arrivare a 500 milioni per il servizio civile universale (ma volontario) nel 2018 sembra proibitivo. Trovare poi addirittura 2 di miliardi di euro per finanziare il servizio civile obbligatorio di 400 mila giovani sembra veramente una missione impossibile.

Oddio, per la ministra della difesa niente è impossibile, visto che riuscirà a farci spendere 15 miliardi per gli F35 e a far lievitare di 2 miliardi la spesa militare (per fare contento Trump).

Potrebbe magari decidere di tagliare un po’ di cacciabombardieri e finanziare in questo modo il servizio civile, ma state sicuri che non ci sorprenderà. Ci ha già sorpresi in altro modo disattendendo la volontà del Parlamento sulla riduzione della spesa degli F35, evocando la possibilità di mandare 5 mila soldati in Libia, non rispettando la legge 185 nel trasferimento delle armi all’Arabia Saudita. È già abbastanza.

Comunque tutto questo interesse dei militari e della ministra per il servizio civile puzza lontano un miglio.

Non è un caso che nei giorni scorsi, nei decreti attuativi della legge delega sul Terzo settore, i corpi della Croce Rossa italiana – violando i principi di imparzialità e di neutralità del diritto umanitario internazionale – siano stati posti sotto la tutela del ministero della Difesa, suscitando aspre proteste, facendo gridare allo scandalo le organizzazioni non governative e le agenzie umanitarie internazionali.

Ora forse il ministero della Difesa vuole mettere le mani sul servizio civile o farne uno di derivazione militare, obbediente e gerarchico, «sull’attenti».

Don Lorenzo Milani si rivolta nella tomba. Di tutto questo non abbiamo bisogno: di qualche F35 in meno per finanziare il servizio civile, invece sì.