Palestina. Le elezioni sono un diritto del popolo

Riflessioni di Mustafa Barghouti – Segretario Generale di Iniziativa Nazionale Palestinese

20 ottobre 2019.

Ci sono almeno sei motivi che rendono obbligatorio esercitare ogni possibile sforzo perché si tengano le elezioni in Palestina.

Il primo è che le elezioni sono un diritto che è stato sottratto ai Palestinesi da oltre nove anni, e nessuno mai dovrebbe avere il potere o la possibilità di privare un popolo del diritto di scegliere i propri leader politici. È vero che le sole elezioni non assicurano la democrazia, ma quest’ultima non si può realizzare senza elezioni periodiche e regolari.

Il secondo motivo è che tutto l’attuale sistema politico è in piena crisi per numerose ragioni, tra le quali la più dannosa è la deprecabile divisione interna. Inoltre, l’assenza di un’assemblea legislativa efficace ed attiva ha eliminato il principio basilare della democrazia, vale a dire la separazione tra potere esecutivo, giudiziario e legislativo.

La terza ragione è che le giovani generazioni rappresentano la maggioranza dei Palestinesi che hanno l’età legale per votare. A questi giovani non è ancora stata data nemmeno una volta la possibilità di partecipare ad elezioni democratiche o fare esperienza di partecipazione politica. Di conseguenza, molti hanno abbandonato l’attività civile e politica poiché si sentono emarginati e privati dell’opportunità di ottenere posizioni di leadership.

Questa fascia giovanile con la sua esuberante energia non può essere reclutata o resa parte attiva nella nostra lotta per la libertà se non si garantisce ad essa il diritto alla partecipazione politica e la possibilità di competere per posizioni di tipo decisionale.

In quarto luogo, le sfide politiche che i Palestinesi devono affrontare – di cui le più pericolose sono i ripetuti tentativi di liquidare la causa nazionale, incluso il cosiddetto “accordo del secolo” – richiedono attivismo ed unità delle risorse locali, per il rafforzamento della struttura politica interna. E questo non si può realizzare senza dare alle giovani e ai giovani palestinesi la forza e la capacità di partecipare attivamente alla vita politica.

Quinto: le divisioni esistenti tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza hanno raggiunto una situazione piuttosto pericolosa. Una conseguenza particolarmente dannosa è il pantano causato dalla doppia legislazione, in virtù della quale la Cisgiordania ha 150 leggi che non si applicano a Gaza  e Gaza stessa ne ha decine che sono inapplicabili in Cisgiordania. Questo conflitto aggrava una separazione sociale e politica che può essere risolta solo con l’elezione di un’unica assemblea legislativa che possa esaminare, rivedere e riallineare queste leggi all’interno di un processo democratico e in un parlamento unificato.

Nel frattempo, il “Team Trump” neanche nasconde il proprio intento di rafforzare la separazione tra le due parti principali della Palestina per portare equilibrio all’equazione demografica – Palestinesi rispetto ad Ebrei israeliani – che faciliterebbe l’annessione della Cisgiordania, o di gran parte di essa, ad Israele e sradicherebbe qualsiasi nozione di stato palestinese indipendente.

La sesta ragione è che l’assenza di una assemblea legislativa, a causa del suo scioglimento e quindi del continuo rinvio delle elezioni parlamentari e presidenziali, indebolisce la posizione della Palestina rispetto alla comunità internazionale. Favorisce inoltre la sfacciataggine dei leader israeliani che continuano a propagandare l’affermazione che Israele è l’unica democrazia nel Medio Oriente e che non esistono rappresentanti legittimi di tutti i Palestinesi.

La migliore soluzione per cessare la divisione esistente e ripristinare la democrazia è attuare subito gli accordi di riconciliazione. Ma nel caso in cui ciò non si possa realizzare, allora si dovrebbe trovare qualche forma di accordo nazionale che possa essere raggiunto attraverso il
dialogo collettivo tra i vari gruppi politici palestinesi, accordo che possa poi decidere i mezzi e i modi per bandire elezioni nazionali democratiche che coinvolgano Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania senza alcuna eccezione.

Con tutto il dovuto rispetto per il suo ruolo e per gli sforzi compiuti, il Comitato Centrale per le Elezioni Nazionali non può realizzare da solo tali obiettivi. Ciò che bisogna fare è raccogliere i leader palestinesi in una convention che coinvolga tutti, in modo da realizzare un accordo nazionale che porti ad elezioni e possa aprire una strada per far cessare le divisioni e ripristinare l’unità attorno ad una strategia condivisa.

Tuttavia vi sono quattro problemi che potrebbero impedire il raggiungimento di elezioni democratiche di successo, di cui il principale è il dilemma della divisione interna, che bisogna interrompere o attraverso una riconciliazione o attraverso un accordo nazionale per tenere elezioni e poi riconoscere in modo irremovibile qualsiasi risultato dovesse uscirne.

Il secondo ostacolo è l’opposizione dell’occupante israeliano a che si tengano elezioni a Gerusalemme e i suoi continui tentativi di bloccare qualunque elezione. La maniera per superare questo ostacolo è trasformare il processo elettorale a Gerusalemme in un’azione di resistenza popolare non violenta, nella quale tutte le forze politiche formino un fronte unito per tenere elezioni, a dispetto dell’occupazione e di qualsiasi ostacolo interposto da Israele.

La terza sfida consiste nell’assicurare l’integrità del processo elettorale. Ciò non può essere raggiunto senza l’accettazione e l’attuazione immediata del principio dello stato di diritto, ed allo stesso tempo la garanzia di libertà di espressione, riunione, organizzazione, divulgazione di qualsiasi opinione politica, del tutto libera da ogni forma di repressione, oppressione e detenzione.

Altrettanto importanti sono due possibilità che devono essere respinte in ogni caso. Una consiste nell’escludere la Striscia di Gaza dalle elezioni col pretesto della divisione esistente. Ciò in effetti realizzerebbe gli obiettivi del cosiddetto “accordo del secolo”, trasformando la divisione in una separazione permanente, sradicando così l’idea di uno stato palestinese indipendente. La seconda è non tenere elezioni a Gerusalemme, il che costituirebbe un precedente estremamente pericoloso, che
significherebbe soccombere alla colonizzazione illegale ed alla giudaizzazione della città.

Se le intenzioni di tenere elezioni sono genuine, ciò potrebbe essere molto probabilmente un fattore di rivitalizzazione e rafforzamento della partecipazione popolare e potrebbe interrompere la frustrazione dovuta condizioni attuali. Tenere elezioni parlamentari e presidenziali aprirebbe la strada al completamento del processo con elezioni per il Consiglio Nazionale dell’OLP, in modo che gli eletti al Consiglio Legislativo sarebbero automaticamente rappresentanti per Gaza e Cisgiordania al Consiglio Nazionale.

In sostanza, le elezioni sono un diritto assoluto per tutti i popoli e per il popolo palestinese in particolare, soprattutto nelle attuali circostanze. Le elezioni sono un obbligo nazionale e un mezzo di resistenza in quanto rappresentano una svolta decisa verso la democrazia.

Mustafa Barghouti

Traduzione di Gennaro Corcella.

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